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16 maggio 1978: Aldo Moro e la strage di via Fani: 5 agenti di scorta trucidati da 91 proiettili 

Aldo Moro è il presidente della Democrazia cristiana, da sempre impegnato nel dialogo tra le diverse forze politiche. Nel 1978 è l’arte ce, insieme al segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer, del cosiddetto “compromesso storico”: un accordo che lega i due maggiori partiti politici per affrontare la difficile situazione economica e sociale in cui si trova l’Italia (forte in azione e tensioni sociali).A capo del governo c’è Giulio Andreotti, che gode quindi dell’appoggio esterno del Pci. In sostanza il Partito comunista si astiene dal votare la fiducia al governo. Questa è la situazione politica quando, il 16 marzo del 1978, l’auto in cui viaggia Moro e l’auto di scorta vengono bloccate in via Fani a Roma e sottoposte ad una pioggia di proiettili sparati da pistole e mitra. Coloro che sparano sono tiratori scelti: ammazzano i cinque uomini della scorta ma lasciano illeso Aldo Moro, che viene rapito dalle Brigate Rosse. La cronaca dei fatti è raccontata nell’articolo del Carlino dell’epoca. Il cadavere del presidente della Democrazia cristiana viene ritrovato 55 giorni dopo nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani. Anche in questo caso “il Resto del Carlino” riporta la cronaca degli avvenimenti. L’articolo di Pierluigi Masini mette in luce le ingenuità investigative dell’epoca che hanno irreparabilmente compromesso la ricerca della verità su quello che diventerà il “Caso Moro”. Quando nel 1981 Mario Moretti, l’organizzatore del sequestro, verrà catturato, non farà rivelazioni illuminanti, anzi, per molti aspetti contribuirà a rendere ancora più intricato tentare di fare chiarezza sui fatti. Si sa che Aldo Moro viene recluso in un appartamento di via Montalcini a Roma. Mario Moretti e Barbara Balzerani vivono invece, sotto falso nome, in un appartamento in via Gradoli. Moretti affermerà al processo che Moro rappresentava un obiettivo simbolico dell’imperialismo capitalista occidentale, in quanto esponente della Democrazia cristiana in stretti rapporti con gli Stati Uniti. Dichiarerà, anzi, che in un primo momento avevano pensato ad Andreotti, però troppo sorvegliato. Molti sono convinti invece che fu proprio il dialogo che Moro aveva instaurato con il Pci, che tentava di uscire dal cono d’ombra dell’URSS, il motivo che lo fece scegliere come bersaglio. Il metodo terroristico delle Brigate Rosse è principalmente quello di eliminare elementi di spicco della società, colpevoli, secondo la loro ottica, di favorire loStato e la democrazia: giornalisti, giudici, uomini politici. Mai però si era mirato così in alto. L’editoriale del 16 marzo del giornalista Tino Neirotti fa trapelare lo sbigottimento di fronte a tanto ardire. Che cosa succede in quei 55 giorni? Ci sono voluti 4 processi per condannare gli esecutori materiali, ma poca luce si è fatta per capire no in fondo se le Brigate Rosse fossero spalleggiate da qualche organizzazione. I due maggiori partiti politici decidono, in quei giorni, di tenere un atteggiamento inflessibile e di non scendere a patti con i terroristi. Le Brigate Rosse intanto sottopongono Moro ad un processo che viene registrato e poi trascritto e che farà parte del famoso “Memoriale Moro”. Questo è un insieme di documenti che contiene le risposte degli interrogatori cui fu sottoposto l’on. Moro e alcune lettere censurate o riscritte. Il documento verrà ritrovato in parti e momenti diversi e preso in consegna dai servizi segreti italiani e dalla magistratura. Nel memoriale si fa riferimento all’esistenza dell’organizzazione Gladio (esercito segreto finanziato dagli Stati Uniti in funzione anticomunista), alle relazioni tra Giulio Andreotti e lo scandalo Italcasse (cassa di credito che aveva finanziato illegalmente alcuni partiti politici) e si fa riferimento alle relazioni tra servizi segreti e strategia della tensione che aveva portato alle bombe in piazza Fontana a Milano. Le strategie investigative, messe in moto dallo Stato italiano, come si è già detto, risultarono erroneamente direzionate ed ingenue. Molte sono le supposizioni, le illazioni che si sono fatte nel tempo e che continuano a crescere attorno al mancato salvataggio dell’on. Moro. Il comitato tecnico operativo, voluto dall’allora ministro dell’interno Cossiga, comprendeva anche uomini che, si seppe poi, provenivano dalla “P2”, una loggia massonica criminale. Ci sono dubbi anche sull’ora del ritrovamento del corpo da parte dei carabinieri italiani. Si è parlato di infiltrazioni dei servizi segreti dall’Unione Sovietica (KGB). Le ipotesi e le mezze rivelazioni contribuiscono solo ad ingarbugliare la matassa e non rendono giustizia né ai cittadini italiani né ai familiari dell’on. Moro che, il 9 maggio del 1978, viene giustiziato