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27 giugno 1980: la tragedia dell’aereo caduto a Ustica 

Il Carlino del 28 giugno, un’edizione che ha visto la luce poche ore dopo la scomparsa del DC9 dell’Itavia, non può che trasmettere lo sconcerto: “all’improvviso l’immagine è scomparsa e dell’aereo non si sono avute notizie”. La parola “scomparsa” ricorre per ben tre volte nelle colonne della prima pagina. “Scomparire” significa “sottrarsi alla vista, sparire”: una parola da cui trapela l’assenza di cause precise, la registrazione di un fenomeno senza l’azzardo di un’ipotesi. Un passaggio lascia intendere il peggio: “con il trascorrere delle ore le speranze di un atterraggio di emergenza in qualche aeroporto dell’Italia meridionale si vanno affievolendo”. Si parla ancora di passeggeri, presto quei nomi indicheranno inequivocabilmente vittime. Una chiazza oleosa permetterà l’individuazione del punto in cui l’aereo si è inabissato e il recupero di poveri resti ma, perché il relitto sia strappato alle acque, bisognerà attendere anni. Per molte risposte, oggi, stiamo ancora aspettando. Quell’aereo, su cui si faranno diverse ipotesi (cedimento strutturale, collisione, bomba a bordo, missile), ha volato, senza saperlo, all’interno di uno scenario di guerra che inquinamenti di prove, omissioni e depistaggi, a partire dalle nostre stesse istituzioni democratiche, hanno fatto di tutto per non far emergere. Nel 1999, alla ne di un iter giudiziario lento e travagliato (il più lungo d’Italia) la sentenza di Rosario Priore affermerà che il DC9 era stato coinvolto in una azione militare nel corso della quale un missile ne aveva causato la caduta. Ma la vicenda non si concluderà con questa sentenza e i familiari della vittime, di cui “siamo tutti parenti” (Bergonzoni), chiedono ancora verità, a nome di tutti i cittadini.