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1987: scompaiono l’artista nazional-popolare e l’idolo della Pop Art Il 1987 accorcia le distanze tra due grandissimi, ma altrettanto diversi, artisti e uomini: nel breve spazio di circa un mese il mondo dell’arte piange la morte del pittore siciliano Renato Guttuso, avvenuta a Roma il 18 gennaio, e quella dell’eclettico artista statunitense, di origini slovacche, Andy Warhol, sopraggiunta il 22 febbraio a New York. I due eventi, così ravvicinati nel tempo, impongono una riflessione sulla distanza esistente fra i due, che non è stata solo geografica, ma soprattutto artistica; tuttavia inducono a meditare anche sul destino che li ha accomunati: aver lasciato un segno grande del loro passaggio nel mondo, aver affidato alle generazioni future un’eredità di cui far tesoro. Aver perso Guttuso significa aver perso un grande esponente della pittura neorealista italiana, caratterizzata da una forte volontà di denuncia sociale e politica. Vuol dire aver perso un artista attento tanto ai temi sociali, quanto a soggetti ispirati alla sua terra natale, la Sicilia, che gli ha generosamente offerto squarci di quotidianità, da lui sviluppati principalmente nel tema della natura morta. Significa guardare indietro verso il percorso di un artista collocato spesso con troppa facilità nel filone esclusivo del “realismo socialista” e riconoscerlo anche come pittore della libertà e dell’amore, della rivolta contro ogni tipo di violenza e di odio, veri moventi della sua attività artistica. La morte di Warhol, invece, lascia la sensazione di aver perso un divo dell’arte, un cultore del successo, un uomo che già in vita è stato una leggenda, sempre circondato da quell’alone di mistero da lui stesso alimentato, sempre presente agli eventi pubblici e mondani più importanti, ma che ha saputo fare di quell’aria un po’ assente il tratto originale della sua presenza. Lascia il vuoto di chi ha scosso e trasformato il mondo della grafica pubblicitaria e dell’arte. È stato uno degli esponenti più rappresentativi della Pop Art, abbreviazione di “arte popolare”: la sua attenzione si è concentrata sui prodotti commerciali di largo consumo (bibite in bottiglia, detersivi, zuppe in lattina, ecc.) e sulle immagini dei divi del cinema e dello spettacolo, soprattutto Marilyn Monroe, Elvis Presley ed Elisabeth Taylor, denunciando la ripetitività della cultura di massa. Proprio la ripetizione era, infatti, il suo metodo di successo: su grosse tele, attraverso la tecnica dell’ingrandimento fotografico serigrafato, riproduceva moltissime volte la stessa immagine, alterandone i colori, prevalentemente vivaci e forti. Qualcosa in comune, però, i due artisti hanno avuto: il fatto di essere appartenuti al loro tempo. L’opera di Guttuso ha preso forma non solo dal suo senso morale e dalle sue pulsioni artistiche, ma anche dal suo personale e partecipato confronto con l’epoca in cui è vissuto; quella di Warhol dalla sua capacità di essere un lucido osservatore, capacità che gli ha permesso di smascherare i meccanismi della società industriale e consumistica moderna. All’evento della loro morte, nel 1987, viene dato rilievo giornalistico e, soprattutto nel caso di Warhol, anche fortemente mediatico; “il Resto del Carlino” dedica loro uno spazio in prima pagina e tutta la terza, quella della cultura. Effettivamente la morte di grandi personaggi (e Renato Guttuso ed Andy Warhol lo furono) non è mai un evento “normale”, ma è sempre circondata da un’attenzione particolare, talvolta anche per aspetti che poco hanno a che fare con la loro grandezza. Come se la loro morte fosse l’ultimo atto da recitare su un palcoscenico illuminato da tanti riflettori.