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1991: la “Banda della Uno Bianca”, sette anni di terrore, 91 rapine, 24 morti, 103 feriti Oggi sappiamo che la Strage del Pilastro, come viene definito il triplice omicidio del 4 gennaio 1991, è solo uno dei numerosi casi collegati alla Banda della Uno bianca. Solo nel corso del tempo, infatti, sono state ricondotte al gruppo le responsabilità di alcuni delitti, inizialmente attribuiti ad altri colpevoli. La banda era composta dai tre fratelli Savi, Roberto e Alberto, poliziotti, e Fabio, camionista; da Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Valicelli, tutti poliziotti con ruoli e responsabilità diverse all’interno della banda. Il primo svolge il compito di operatore radio, Occhipinti era operativo, ma ha partecipato ad un unico omicidio e Valicelli si è reso responsabile solo delle prime rapine, quelle senza omicidi. Altro nome collegato al gruppo è quello di Eva Mikula, compagna di Fabio Savi, figura ambigua che dopo l’arresto del fidanzato decide di collaborare con la giustizia e si proclama essa stessa vittima della Uno bianca, mentre nella versione di Fabio Savi è la ragioniera della banda; di fatto però non ci sono prove contro di lei e dopo i sette processi a suo carico risulta innocente. La storia della banda della Uno bianca comincia il 19 giugno 1987 e finisce solo il 3 novembre del 1994, grazie alla determinazione di due agenti in servizio a Rimini, l’ispettore Baglioni e il sovrintendente Costanza. I due poliziotti avevano fatto parte del pool istituito dal magistrato di Rimini Daniele Paci, che agli inizi del 1994 si era imposto di individuare i colpevoli di tutti quei casi irrisolti ma, non giungendo a nessuna conclusione, a metà dello stesso anno aveva passato il compito ad un pool di magistrati di Roma. Baglioni e Costanza chiedono di poter proseguire comunque le indagini e ottengono carta bianca; sospettano che la banda sia legata alle Forze dell’ordine, sia per la precisione con cui usano le armi, sia perché sembrano conoscere il modus operandi della Polizia. I due decidono quindi di appostarsi fuori dagli Istituti di credito della zona, sperando di raccogliere qualche indizio e finalmente, il 3 novembre 1994, Fabio Savi commette un passo falso, esegue un sopralluogo presso alcune banche a Santa Giustina nel riminese, alla guida di una Fiat Tipo bianca, che attira subito l’attenzione degli agenti appostati. Decidono di seguirla e scoprono così che il conducente è Fabio Savi. Da lì i tasselli cominciano a comporsi: riscontrano subito una somiglianza con i componenti della banda ripresi dalle telecamere di sorveglianza delle banche e giungono all’arresto degli altri membri del gruppo. La banda ha commesso 105 azioni criminali, nelle quali sono rimaste uccise 24 persone e ferite 103. Ancora oggi le famiglie delle vittime non riescono ad accettare la futilità dei motivi che hanno indotto la banda ad uccidere, non c’è infatti un particolare movente da parte dei colpevoli, se non la ferocia sanguinaria e spietata. Il sentimento che continua a pervadere l’opinione pubblica è lo strazio per quelle morti inutili. A questo si aggiunge il dolore degli stessi familiari della banda, o almeno di parte di loro; il padre dei Savi, descritto come un padre orco, ispiratore della violenza dei figli, si è suicidato per la vergogna. Sarebbe, forse, più facile accettare le morti se dietro la banda si fossero riscontrati quei piani eversivi che qualcuno aveva ipotizzato. I fratelli Savi non hanno dimostrato nessun pentimento, anzi durante i processi hanno spesso risposto alla disperazione dei familiari delle vittime con battute fredde e sprezzanti.