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1992: due giudici assassinati a Palermo a 57 giorni l’uno dall’altro Ore 17,58: il sismografo della stazione dell’Istituto Nazionale di Geofi sica di Monte Cammarata segnala un sussulto della terra, a Capaci la terra trema: “un boato immane e le auto sono volate per decine di metri. L’autostrada è stata ridotta a un cumolo di macerie” scrive il cronista de “il Resto del Carlino”. Mille chili di tritolo esplodono sul tratto autostradale percorso da Giovanni Falcone, dalla moglie e dagli uomini della sua scorta. La violenza dell’esplosione imprime un’accelerazione all’elezione del capo dello Stato: “i partiti rompono gli indugi. Tutti favorevoli ad una candidatura istituzionale”. Il 19 luglio, una nuova esplosione scuote la città di Palermo e l’Italia intera: un nuovo ordigno collocato in un’autobomba viene fatto esplodere in via d’Amelio, provocando la morte del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta. I politici giunti a Palermo per i funerali di Stato sono accolti con grida e lancio di monetine. Lo Stato è in diffi coltà, “guai a chi si arrende” il monito del nuovo presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.