Ian Wilmut, il "padre" di Dolly
Ian Wilmut, il "padre" di Dolly

Per una pecora apparentemente come tante è un curioso destino essere una pietra miliare della biologia moderna e riposare, imbalsamata, nel Royal Museum di Edimburgo. Ma Dolly (6 luglio 1996/14 febbraio 2003) non era una pecora come tante. È stata il primo mammifero del mondo clonato da una cellula somatica. E ha dimostrato quello che sembrava impossibile: che il processo di differenziazione delle cellule fosse irreversibile. Tutti noi partiamo da una singola cellula, l’ovocita fertilizzato, poi le cellule si moltiplicano differenziandosi in un compito particolare. Grazie a Dolly si è capito che è possibile far “tornare indietro gli orologi”, e utilizzare una cellula differenziata, nel caso di Dolly un cellula mammaria, per farla comportare, inserendo nuovo Dna, come un ovocita fertilizzato. Dolly ha avuto un “padre”, il biologo Ian Wilmut, e tre madri: una fornente il nucleo di una cellula non germinale e quindi il Dna (la vera pecora clonata), un’altra la cellula embrionale e l’ultima è la madre surrogata. Ma è nata e cresciuta come una pecora normale. Diede anche vita a sei agnelli, perfettamente sani, il primo, Bonny, nel 1998. Certo, a molti piaceva che fosse “diversa”, per dimostrare che la clonazione, oltre che eticamente condannabile fosse anche tecnicamente inaffidabile. Per questo fu accolto con sollievo, da chi era contrario all’esperimento, un articolo pubblicato da “Nature” nel 1999 in cui si suggeriva che Dolly poteva essere suscettibile di un invecchiamento precoce a causa dei ridotti telomeri delle sue cellule. Si speculò che questi potevano essere stati ereditati dalla madre, che aveva l’età di 6 anni quando le fu prelevato il materiale genetico, così che Dolly poteva avere geneticamente già 6 anni alla nascita. I primi segni di un invecchiamento precoce sono stati effettivamente riportati alla fine del 2001 quando Dolly sviluppò una forma grave di artrite. Al Roslin Institute di Edimburgo, dove Dolly è nata, lo negarono con vigore. La causa non fu spiegata, ma con un trattamento antinfiammatorio l’artrite sparì. E anche la causa della sua morte - adenomatosi polmonare ovina - la contrasse da un’altra pecora, Cedric, clonata anch’essa, ma non è mai stato dimostrato che la genetica ci entrasse alcunché. La malattia ovina, incurabile, le aveva semplicemente infettate. E come tante altre pecore, morirono. Inconsapevole del suo destino, Dolly ha scritto una pagina della biologia moderna. E anche se la sua clonazione resta di scarsa utilità pratica (se non per far tornare in vita razze estinte come si tentò di fare con lo stambecco dei Pirenei) ci ha fatto capire un po’ meglio come funzionano le nostre cellule. Non male, per una pecora.