Marco Biagi

L’ultima volta l’avevo sentito per telefono pochi giorni prima di quella terribile sera del 19 marzo 2002 in cui venne ucciso per mano delle Br. Marco Biagi era anche il commentatore-principe del Qn-Carlino, a cui era legatissimo, sui problemi del lavoro e al professore avevo chiesto di scrivere un fondo sulla riforma dell’articolo 18. Marco mi aveva risposto: “Ancora?” Era, infatti, l’ennesimo pezzo che gli avevo commissionato sull’argomento: lui sapeva che si stava mettendo troppo in vista. Eppure non si era mai tirato indietro e, puntuale come sempre, aveva scritto la sua nota sulle colonne del giornale, l’ultima. E per quella riforma, a cui credeva tanto, il grande giuslavorista ha finito per sacrificare la vita mentre in bicicletta, la sua cara e vecchia bicicletta, stava per varcare il portone di casa, nel pieno centro di Bologna. Ricordo come se fosse ieri quella sera di San Giuseppe. La notizia dell’attentato mi giunse mentre stavo parlando ad una riunione conviviale del Rotary di Forlì. Crudele fatalità del destino: avevo conosciuto Marco tanti anni prima proprio nel mondo dei club rotariani. Studenti universitari, ci ritrovammo, infatti, delegati a Genova al primo convegno nazionale dei circoli giovanili del Rotary, lui in rappresentanza di Bologna e io di Forlì. Tanti anni dopo, in quella tiepida sera di marzo, stavo per tenere una relazione ai soci romagnoli, quando mi giunse la terribile telefonata dal “Carlino”: Biagi era stato ucciso dai brigatisti. Dissi quattro parole sconnesse ai rotariani e mi precipitai a Bologna, al giornale, per rifare di corsa le prime pagine del quotidiano che lui amava tanto. Eravamo tutti sconvolti dalla notizia, ma, il suo, era stato un omicidio quasi preannunciato considerando le tante minacce che aveva ricevuto negli ultimi tempi e il vuoto che si era creato attorno a lui, nonostante le ripetute richieste che gli fosse ridata quella scorta di polizia che qualcuno aveva colpevolmente revocato. Marco, un socialista cattolico nato alla scuola di Livio Labor, era stato preso di mira dai sindacati, ma soprattutto dalla Cgil, per il suo Libro bianco che poi divenne ispiratore della legge di riforma del mercato del lavoro. Il segretario generale della confederazione e successivamente sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, definì “limaccioso” quel Libro bianco che, a suo parere, finiva per rendere i lavoratori nulla più che merce. Eppure, come ha poi sottolineato Michele Tiraboschi, l’allievo prediletto di Biagi, il provvedimento del professore era assolutamente bipartisan e da quel progetto decollò la riforma del collocamento condotta dall’allora ministro del Welfare, il leghista Roberto Maroni, di cui Marco era stato consulente. Proprio il 16 marzo, tre giorni prima dell’omicidio, i giornali pubblicarono un manifesto di intellettuali di sinistra, che finì quasi per diventare la condanna a morte di Biagi, contro la politica del governo e, in particolare, contro la riforma del mercato del lavoro. È stato colpevolmente sacrificato come un altro professore, suo conterraneo, Roberto Ruffilli. Entrambi, Marco e Roberto, hanno pagato con il sangue il loro attaccamento al lavoro: entrambi furono uccisi a pistolettate sulla porta di casa. Nella notte di San Giuseppe, poche ore dopo l’omicidio, scrissi l’articolo d’addio che titolai “Quella foto mai arrivata”. L’ultima volta che avevo parlato con il professore, mi aveva, infatti, detto: “Ti mando un’altra foto per corredare i miei pezzi perché quella che pubblichi mi rende troppo giovane e i miei studenti ridono”. Quell’immagine non l’ho mai ricevuta.