26 dicembre 2004: l’Eden delle vacanze trasformato in un cimitero da 230 mila morti Sono le 6,58 del mattino in Indonesia (in Italia è una tarda notte natalizia) quando la terra inizia a tremare. La scossa è fortissima e sembra interminabile, ma il peggio arriva una ventina di minuti più tardi, con uno spaventoso tsunami: onde alte fi no a 30 metri si abbattono sulle coste dell’Indonesia lasciando un numero di morti ancora non defi nito, un numero a sei cifre, questo è certo. Lo tsunami non si ferma, continua il suo cammino distruttivo. Il tempo passa, lo tsunami avanza e, quasi una beffa, le persone continuano a morire per queste onde maledette che a distanza di ore arrivano alla Thailandia, alle Isole Andamane, allo Sri Lanka, all’India, alle Maldive, sino a lambire le coste dell’Africa. Come è stato possibile continuare a morire? Come hanno potuto non sapere? I numeri uffi ciali non arriveranno mai… Nomi che non si riescono a far aderire ai corpi, corpi che rimangono senza nomi, storie inghiottite dal mare senza riuscire a diventare parte di un conto quanto meno chiuso: è una sorta di metafora estrema dell’impotenza che si percepisce di fronte a catastrofi del genere. I media martellano moltiplicando video dell’acqua vorace, foto di disperazione, modelli del globo terrestre che mostrano l’onda che avanza nell’Oceano Indiano, carte geografi che che sottolineano i margini delle placche svelando la vita segreta del nostro pianeta che, di tanto in tanto, torna a far parlare di sé. La mente cerca di dare un senso alle testimonianze strazianti nutrendosi delle spiegazioni scientifi che, cerca di “farsene una ragione”... ma il senso sfugge. Perché non è stato possibile avvisare la popolazione con una, due o tre ore di anticipo da sfruttare? Possibile mancasse un sistema di allerta? Oppure, da un altro punto di vista, come è possibile che si siano salvati i Grandi Andamanesi della Strait Island, gli Onge delle piccole Andamane, gli Shompens della Grande Nicobar o i Sentinelesi di North Sentinel Island? Possibile che i nativi siano scampati alla furia dello tsunami semplicemente perché abituati ad ascoltare e guardare il mare (risiedendo a rispettosa distanza da esso) e a cogliere i segnali della natura? Il 2005, che giunge una manciata di giorni dopo lo tsunami, viene accolto con maggiore sobrietà. I festeggiamenti sono, in tutto il mondo, annullati o svolti in sordina: mentre si tenta una prima conta delle vittime ci si riscopre fragili, indifesi e con inutili armi spuntate. Lo tsunami del 2004 insegna solo il fatalismo?