2010: un ambulante tunisino si era dato fuoco per protesta. Fu l’inizio delle rivolte I popoli arabi, che si erano emancipati dal colonialismo, avevano creduto nella possibilità di dare vita a stati ispirati a valori di identità linguistica e religiosa e basati su uno sviluppo sociale ed economico che li vedeva cittadini detentori di diritti. Ma le loro aspettative sono state disattese da una classe dirigente che ha dato vita a regimi spesso asserviti agli interessi delle multinazionali occidentali e che hanno mascherato corruzioni e prevaricazioni con la patina di elezioni democratiche. Ne è un esempio il regime ultraventennale di Ben Ali e il tesoro accumulato negli anni di potere. Contro questi modelli si rivolge la protesta delle piazze arabe iniziata nel 2010. “Non stupisce che sia stata la Tunisia a fare da pioniera nella rivolta che ha poi infi ammato tutto il Nord Africa e il mondo arabo. Anche se sprovvista di grandi risorse naturali, è il paese con la classe media più sviluppata e istruita, con un elevato tasso di alfabetizzazione e un tasso demografi co alla pari di quelli europei e quindi il paese più aperto alla transizione democratica”(Michele Brondino e Yvonne Fracassetti in “Rivista dell’Istituto di storia dell’Europa Mediterranea” n. 8 giugno 2012). “La rivolta dei gelsomini”, o in generale “la primavera araba”, è un fenomeno che riguarda soprattutto i giovani e che usa come mezzo di comunicazione, propagazione e coinvolgimento la rete internet. Si rompe l’isolamento dei singoli e si diventa massa vincendo la paura. Che scenario politico hanno lasciato questi movimenti? In Tunisia nel 2014 è entrata in vigore una nuova costituzione e si sono svolte per la prima volta elezioni politiche multipartitiche e non pilotate. Ha vinto il partito Nida Tunus (Appello della Tunisia), di matrice laica. In Marocco il vento della primavera è arrivato attenuato e preventivamente smorzato da una serie di riforme che il re Mohammed VI si è affrettato a promulgare. Il Marocco rimane però un paese in cui più del 20% della popolazione è sotto la soglia di povertà, l’analfabetismo rasenta il 50%, circa il 30% dei villaggi del Marocco profondo è ancora senza elettricità, oltre il 30 % dei giovani è disoccupato e senza speranza di un futuro: l’emigrazione rimane l’unica via d’uscita. In Egitto, l’11 febbraio 2011, dopo un potere trentennale, si dimette Hosni Mubarak. Per 18 giorni infatti, infuria la protesta in piazza Tahrir, al Cairo, e in altre città dell’Egitto con scontri tra polizia e manifestanti. Il potere viene lasciato in mano ai militari fi no a nuove elezioni. Nel giugno del 2012 viene eletto presidente Mohammed Morsi, il candidato del partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani, una formazione religiosa islamica moderata presente nel paese dal 1925. Il 3 luglio del 2013 Morsi viene destituito da un colpo di stato militare sostenuto dalla piazza di manifestanti. Morsi si era infatti attribuito per decreto ampi poteri giuridici e aveva modifi cato la costituzione su ispirazione coranica. In seguito riprendono gli scontri di piazza tra i sostenitori di Morsi e quelli di una nuova coalizione che aveva spalleggiato il colpo di stato dei militari. Con un referendum viene votata la nuova costituzione di stampo più laico rispetto a quella proposta dai Fratelli Musulmani. Nel 2014 è eletto presidente Abd al-Fattah al-Sisi, già ministro della Difesa sotto il governo del presidente Morsi, che egli stesso aveva successivamente contribuito a far cadere. Per l’ottobre 2015 sono indette nuove elezioni. In Siria la primavera araba ha portato i frutti più amari. La dittatura di Bashar al-Assad è stata contestata da manifestazioni di piazza, ma la risposta del governo e del presidente, con l’intervento militare contro i dimostranti, è stata del tutto sproporzionata. Lo scontro è degenerato in guerra civile e guerra religiosa. Da un lato l’esercito governativo è sostenuto da Iran e Iraq, già alleate di Assad, e dalla Russia, storica sostenitrice della politica di Assad. Dall’altra lo scenario si è frammentato in gruppi armati di matrice religiosa a cui si sono aggiunti gli Jihadisti del califfato di Iraq e Siria (ISIS). Le crudeltà messe in atto da queste formazioni terroristiche da un lato e la distruzione delle città dall’altro hanno costretto moltissimi siriani ad abbandonare le proprie terre nonostante la Siria fosse, prima del confl itto, uno degli stati economicamente più stabili del Medio Oriente.