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20 ottobre 2011: un ragazzino di 17 anni giustizia il dittatore di Tripoli dopo 40 anni di potere Gheddafi era riuscito fino ad ora a tenere in mano il potere attuando una “filosofia” di Stato chiamata Giamahiria, una forma di governo che unisce la legge coranica con lo Stato assistenziale e che prevede l’eliminazione di ogni forma di libertà d’espressione e opinione. Gli introiti del petrolio, di cui la Libia è primo produttore nel Nord Africa, gli permettono una politica di massicci sussidi statali. Riesce inoltre a trovare un’intesa con le tribù in cui è divisa la società libica. Una tenace repressione del dissenso e le campagne propagandistiche contro l’Occidente gli garantiscono l’assopimento di ogni tentativo di ribellione. Il regime di forti proibizioni e l’incoraggiamento delle altre “primavere arabe” portano però anche qui il vento di rivolta. Il 17 febbraio 2011 iniziano, a Bengasi, le prime proteste che vengono sedate con le armi dall’esercito libico. Da quel momento in poi la ribellione dilaga spaccando il paese in lealisti, fedeli a Gheddafi, e rivoluzionari, di cui fanno parte anche le diverse fazioni tribali. Intanto Al-Qaeda, l’organizzazione terroristica di Osama bin Laden, comunica che appoggia i ribelli. Il 27 febbraio i rivoltosi raggiungono Tripoli e si insedia un governo provvisorio, il Consiglio Nazionale di Transizione. Compiti principali del Consiglio sono quelli di proseguire le azioni della rivoluzione fino alla liberazione dell’intera Libia e in seguito organizzare libere elezioni e redigere una nuova Costituzione. La guerra civile intanto continua con l’intervento della NATO a favore dei rivoltosi. Si arriva così alle ultime fasi della guerra fino a quel 21 ottobre in cui Gheddafi e suo figlio Mutassim, in fuga dall’ultima roccaforte Sirte, vengono catturati e uccisi dai rivoltosi del CNT.