Il 3 novembre 2008, il giorno prima delle elezioni presidenziali uno dei più noti sceriffi dell’Arizona, un italo-americano, venne intervistato dalla Nbc. “ A chi darà il suo voto? A John McCain, come me un figlio dell’Arizona. Non posso immaginare di svegliarmi il 5 mattina e di ritrovarmi con un presidente di colore che ha un nome arabo e un cognome africano”. E invece il nuovo presidente fu proprio Barack Hussein Obama. Due mesi e mezzo dopo, il 21 gennaio 2009, avrebbe giurato sulla scalinata del Campidoglio e sarebbe entrato alla Casa Bianca. Grande la sorpresa dentro e fuori gli Stati Uniti. Nemmeno i liberal del partito democratico, la sua base elettorale, ci speravano troppo. Trascuravano tre fattori maturati negli otto anni del repubblicano George W. Bush. Il primo: il voto bianco era sceso dal 70 al 64% e proporzionalmente era aumentato quello etnico, ispanico soprattutto. Il secondo: il collasso di Wall Street causato dalla bolla immobiliare e dalla finanza di carta. Il terzo: il desiderio della pubblica opinione di voltare pagina, di scegliere come successore dell’impopolare Bush qualcuno che non appartenesse all’establishment di Washington. Questo spiega perché nell’agosto 2008 a Denver (Colorado) i delegati alla Convention democratica diedero la nomination a quell’oscuro senatore dell’Illinois e non alla superfavorita Hillary Clinton. Spiega anche la vittoria sull’anziano senatore McCain. E spiega in ne la riconferma nel 2012 contro il repubblicano Mitt Romney. Nei quattro anni del primo mandato di Obama il voto bianco si era ridotto al 62%. E in futuro si ridurrà ulteriormente. Nel 2016, quando si rivoterà per la Casa Bianca, scenderà sotto il 60%. Il che vuol dire che nessun candidato potrà vincere senza almeno la metà degli elettori ispanici. D’altra parte non dimentichiamo le proiezioni demografiche: fra mezzo secolo la maggior parte degli americani parlerà spagnolo e non inglese. Obama dunque si appresta a entrare nei libri di storia per essere stato il primo presidente afro-americano (come impone la dizione politically correct). Per il resto il suo bilancio è controverso. Se l’economia si è ripresa, lo si deve ai quantitative easings di Bernanke che ha pompato sul mercato 4 mila miliardi di dollari. E quanto alla politica estera si contano solo fallimenti. Il prestigio degli Stati Uniti è a pezzi. Mentre il mondo dalla ne della Guerra Fredda è diventato più e non meno pericoloso.