Come i bambini che hanno appena imparato ad andare in bicicletta, Matteo Renzi è condannato a pedalare: pedalare senza sosta, perché se si ferma poi cade. Con trent’anni di ritardo dalla caduta del muro di Berlino e dalla fine del comunismo, la sinistra ha infine trovato un leader competitivo perché (nel bene e nel male) “moderno”, ma fatica a riconoscerlo tale. Il giovane Renzi è stato sempre percepito come un corpo estraneo, e se non ci fossero state le primarie mai sarebbe riuscito ad emergere. Ha il dono di sapersi sintonizzare sugli umori del paese e l’ha saputo sfruttare. Prima ha vinto le primarie per la candidatura a presidente della provincia di Firenze, poi quelle per la candidatura a sindaco, infine, al secondo tentativo, grazie alle primarie ha conquistato la guida del Pd. Era il dicembre del 2013. A quel punto, il buonsenso gli consigliava di concentrarsi sul partito, plasmandolo, nel tempo, a propria immagine e somiglianza. Ma Renzi non ha voluto fermarsi e ha continuato a pedalare. Il 13 febbraio 2014, riunisce la Direzione del Pd e dopo 23 minuti netti ne esce con l’incarico di formare un nuovo governo. Il premier Enrico Letta è, politicamente parlando, un morto che cammina. Giunto così al governo, è così che Matteo Renzi ha continuato ad interpretare il proprio ruolo: travolgendo e trascurando. Travolge gli avversari, trascura i potenziali sostenitori. Non controllando il partito né parte degli eletti (le liste elettorali le fece Bersani) si affida a Berlusconi, ma quando il patto del Nazareno comincia a creargli soverchianti problemi di immagine, lo denuncia. Torna così ostaggio della minoranza del suo stesso partito e comincia da allora la sua parabola discendente. Il paragone con Tony Blair regge solo fino a un certo punto. In comune hanno la capacità mediatica e l’impeto riformatore. Ma il leader del Labour britannico si ritrovò alla guida di un partito che il suo predecessore aveva già cominciato a modernizzare e soprattutto si trovò al governo in epoca di vacche grasse. Due fortune che Matteo Renzi non ha avuto. Gravano perciò su di lui le amare conclusioni cui giunse il vecchio capo socialista Pietro Nenni dopo essere finalmente riuscito ad approdare a palazzo Chigi: “Credevo di entrare nella stanza dei bottoni - disse - ma non li ho trovati”.