WASHINGTON - Piansi quel pomeriggio quando il telegiornale in edizione straordinaria mostrò le prime immagini da Dallas, Texas. Per la nostra generazione John F. Kennedy rappresentava il futuro, l’ottimismo, il primato della superpotenza amata e invidiata. Era l’incarnazione di quello che gli europei chiamavano l’american dream. Era affascinante come e più di un divo di Hollywood perché il cinema è finzione mentre lui era realtà. E poi possedeva l’ambizione delle grandi visioni: la nuova frontiera, la conquista della Luna, la difesa del mondo libero con l’identificazione dei valori e della comune sicurezza transatlantica riassunta nel famoso slogan ‘’Ich Bin Ein Berliner’’. E ancora: la s da dei missili sovietici a Cuba, i 13 giorni che tennero il mondo col fiato sospeso.Tutto finito. Tutto stroncato dalle pallottole di Lee Harvey Oswald quel 23 novembre 1963. L’intero Occidente era in lutto. Solo più tardi, molto più tardi quando da Bonn, dove ero corrispondente, mi trasferii a Washington DC, cominciai ad avere qualche dubbio. Il giovane presidente meritava davvero tanti rimpianti? E la mia conclusione fu: no. Al di là del caso umano, la sua legacy, la sua eredità, appariva contestabile e contestata. Soprattutto in politica estera, che era quella che nel pieno della Guerra Fredda coinvolgeva la sicurezza degli Alleati. Aveva reagito troppo tardi alla s da di Kruscev sia a Cuba che a Berlino. A Cuba i sovietici avevano installato i missili e a Berlino avevano dato luce verde alla costruzione del muro. Quando si svegliò dalle illusioni della distensione portò il mondo sulla soglia di un conflitto nucleare. Sempre a Cuba aveva abbandonato al massacro gli esuli anticastristi sbarcati nella Baia dei Porci. E in Vietnam era partito col piede sbagliato.Anziché usare la massima forza contro i comunisti del Nord che avevano invaso il Sud, si affidò alla sciagurata escalation di Robert McNamara. I dubbi aumentarono quando negli anni Ottanta prese corpo la pista ma osa. L’assassinio di Dallas non sarebbe stato deciso a Mosca o a Cuba,ma a Chicago,durante una riunione dei boss di Cosa nostra.La colpa: John non aveva fatto nulla per frenare il fratello Bob, attorney general, nella sua crociata contro la ma a. Sam Giancana, il boss dei boss, era furibondo: “quel bastardo dimentica che la presidenza gliela abbiamo data noi, regalandogli i voti di Illinois e West Virginia”. In effetti quei due Stati chiave fecero vincere il democratico Kennedy sul repubblicano Nixon. Fantasie? Una cosa è certa: Joseph Kennedy, il patriarca della dinastia, i soldi li aveva fatti con il contrabbando di alcool ai tempi del proibizionismo. Era in affari con le ma e italo-americana e irlandese. E poi - ultima macchia - c’erano i vizi personali di John, detto Jack. Il gossip se ne occupa ancora.