All’ora di cena la gente era in casa e gli alberelli, i policromi ricami alle finestre, i campanili e le porte delle chiese incorniciati dalle lampadine, le comete dalle lunghe code con le scritte “auguri” e i nastri d’argento che vestivano i rami come pacchi regalo sparavano i loro festosi richiami tra i silenzi di una sera incantata. Ancora un giorno e la campana avrebbe chiamato la gente alla messa di mezzanotte, con lo scambio degli auguri sul sagrato prima e dopo la cerimonia. Anche a quello pensavo il 23 dicembre 1984 nel viaggio verso San Benedetto Val di Sambro, tra paesini semideserti, lucine intermittenti, nuvole in corsa e brutti presagi. “Corri,c’è stata un’esplosione su un treno in galleria”, avevano detto al giornale. Come, uno scoppio proprio lì, nello stesso tunnel dove, dieci anni prima, c’era stata la strage dell’Italicus? E allora perché non si vedevano mezzi di soccorso, auto della polizia, dei carabinieri e dei vigili del fuoco? E se fosse stato un falso allarme? Il cambio di scena arrivò d’improvviso in uscita dall’ultimo tornante quando nel panorama punteggiato di luci lontane raccolte in un paese o seminate da borghetti e casolari tra monti e vallate comparve la violenta macchia di colori dei lampeggianti, delle fotocellule, delle ambulanze, delle auto, dei camici e delle divise. Non si udivano sirene né urli e quel silenzio fasciato dall’impasto di luci annunciava qualcosa di tragico. Il “Rapido 904” da Napoli per Milano giaceva stremato come uno scheletrico serpentone metallico quasi a metà dei 17 chilometri della galleria della Direttissima, sulla Firenze- Bologna. La vettura numero 9 di seconda classe, in particolare, mostrava squarci di lesioni mortali e tra le lamiere roventi, i sedili divelti e i regali di Natale sparati qua e là dallo scoppio, c’erano corpi senza vita e feriti con gli abiti stracciati e il volto pieno di sangue che nell’avanzata a tentoni nel buio parevano fantasmi in cerca di luce. La bomba, abbandonata in due borsoni su un portabagagli del corridoio, aveva lasciato partire la sua carica di morte, accentuata dalla micidiale combinazione tra la velocità e la potenza, alle 19,08 quando il convoglio in rettilineo spinge la sua corsa nel tunnel fino a 150 chilometri l’ora. Morirono in 15, sul treno, e 2 qualche giorno dopo. L’elenco dei feriti registrò 267 nomi. Le indagini mescolarono mafia, politica e nomi eccellenti. Finì con un paio di ergastoli.