Il suicidio di Gardini
Il suicidio di Gardini

Quella mattina stavo leggendo il libro di Giuseppe Turani su Raul Gardini, Il contadino, la Montedison, il diavolo, quando squillò il telefono dell’albergo. Era una decina di giorni che il Carlino mi aveva mandato a Milano come inviato perché tutti mormoravano che sarebbe stato arrestato Gardini. Erano passati i giorni e non era successo niente ma tutti mormoravano che Gardini sarebbe stato arrestato. Questo era il clima che si respirava ai tempi di Tangentopoli e quasi non ci facevamo più caso. Dicevamo: “Adesso tocca a quello”, intendendo che sarebbe stato il prossimo arresto e infatti poi “quello” veniva arrestato. Invece con Gardini non succedeva niente. Fino a quando quella mattina del 23 luglio 1993 non squillò il telefono mentre, tanto per stare nel clima, mi leggevo una biografia di colui che dicevano sarebbe finito in galera. Presi il telefono e una voce mi disse: “Gardini si è sparato, vai al palazzo Belgioioso”. Diventai bianco, ricordo di essermi guardato allo specchio, mi vestii in fretta, corsi giù nel ricevimento, chiesi un taxi e corsi via. Arrivai per primo nella piazza del palazzo Belgioioso, vicino a piazza Duomo. I fotografi e i giornalisti ancora non c’erano. La stanza dove si era ucciso il corsaro dell’economia italiana dell’Italia ottimista degli anni Ottanta era quella corrispondente alla prima finestra a destra accanto al portone. Il cadavere di colui che un giorno aveva trionfalmente dichiarato “la chimica sono io” era riverso sul letto in quella camera. Quella fu una mattina da cani perché c’erano anche i funerali di Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni e suo rivale nella vicenda Enimont, quella per la quale si svolse il processo per la cosiddetta supertangente Enimont, il processo dove sfilarono i politici, da Forlani a Craxi. Gardini era un romagnolo, gli piacevano le sfide e le guasconate, era stato l’erede di Serafino Ferruzzi, una leggenda. Quando fece la scalata alla Montedison chi era con lui ricorda cosa disse con il solito ghigno: “Se ci va bene siamo rovinati”. Si uccise perché non accettò la gogna che gli stavano preparando. Il suo fu un “non mi avrete”. Si è parlato di suicidio simulato, in realtà omicidio. Le indagini confermarono il suicidio con un colpo di pistola alla testa. In una sala della casa a Ravenna aveva la riproduzione dell’Ultima cena di Leonardo con la scritta: “Chi ha baciato Raul?”. Non era un modesto.