Al momento dello scoppio del conflitto tra Austria e Serbia, l’Italia dichiarò la sua neutralità. La misura non contrastava con il patto militare che sin dal 1882 legava i governi di Roma,Vienna e Berlino, noto come Triplice Alleanza. Tale accordo era infatti di carattere eminentemente difensivo, visto che prevedeva il soccorso militare degli altri paesi se uno di loro fosse stato aggredito militarmente. Non era questo il caso del conflitto austro-serbo, visto che la dichiarazione di guerra l’aveva fatta proprio Vienna, anziché subirla. In quel periodo alla presidenza del Consiglio si trovava il liberal-conservatore Antonio Salandra, costretto però a governare con una Camera in netta maggioranza sostenitrice di Giovanni Giolitti, liberale progressista. All’inizio la differenza di orienta- mento fra i due circa la guerra praticamente non sussisteva, ma con il passare del tempo si approfondì no a sfociare in posizioni contrapposte. Passato il periodo iniziale, quando tutto faceva sembrare prossima una vittoria tedesca a Occidente, apparve chiaro lo stallo in cui si trovavano i contendenti. Fu così che Salandra e il suo ministro degli Esteri, il toscano Sidney Sonnino, si convinsero che un’eventuale discesa in campo dell’Italia avrebbe potuto rappresentare la classica spada che fa pendere in un senso o nell’altro il braccio della bilancia, determinando così la vittoria del blocco con cui si sarebbe schierata. La possibilità di scendere al fianco degli alleati della Triplice fu presto, e definitivamente, scartata, ma si continuarono con loro le trattative per guadagnare qualcosa dal mantenimento della neutralità. Negoziati indubbiamente difficili, perché se Vienna capiva quanto fosse pericolosa l’apertura di un fronte italiano non voleva saperne di cedere territori come il Trentino, Gorizia e tantomeno Trieste, su cui si appuntavano proprio le richieste di Roma. Anche quando, su pressante consiglio della Germania, si decise ad accettare queste mutilazioni territoriali (sebbene su scala più ridotta) volle rimandare ogni cessione a guerra conclusa. Nella primavera del 1915 Salandra e Sonnino guardavano ormai all’altro campo e a Londra avviarono negoziati per una guerra che credevano, confortati anche dal parere dei vertici militari, breve e vittoriosa. Ovviamente gli alleati accordarono grandi concessioni territoriali, perché tutte a spese dell’Austria e dell’Im- pero ottomano, loro nemici. Giolitti era invece fermamente convinto che un conflitto di quelle dimensioni sarebbe stata una prova troppo dura per l’Italia, unita da appena cinquant’anni e impegnata a modernizzarsi; pensava inoltre che mantenendo la neutralità le concessioni avrebbero potuto essere comunque significative e comunque tali da preferirle al costo in termini economici e umani. Contro questa sua idea, espressa prudentemente sulla stampa, presero posizione in molti in Italia, specie nel mondo della cultura, del giornalismo e delle organizzazioni giovanili, impegnandosi in conferenze e manifestazioni per spingere alla guerra il governo Salandra, inizialmente ritenuto dai più accesi interventisti del tutto neutralista o addirittura “rinnegato” come lo stesso Giolitti. Secondo loro Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia andavano liberate integral- mente e non vilmente mercanteggiate raccogliendone solo delle briciole. Guardavano alla guerra come ad un atto eroico e vitale, il solo capace di imporre una radicale trasformazione alla società italiana, in pratica un cambiamento “morale” e di spirito. Anche la grande stampa di opinione, come il “Corriere della Sera” diretto da Luigi Albertini, considerava favorevolmente l’apertura delle ostilità. Il mondo politico nel suo complesso si dimostrava invece sostanzialmente neutralista. Lo era la maggioranza presente in Parlamento, il partito socialista e il mondo delle varie organizzazioni cattoliche; un insieme certo rilevante e di fatto maggioritario ma che non fu capace di organizzare nulla che fosse paragonabile in termini di mobilitazione al fronte degli interventisti, dominatori indiscussi della piazza sica e di quella “mediatica” diremmo oggi. A metà maggio il governo Salandra si dimetteva ma era solo una prova di forza, per spingere Giolitti ad uno scontro con le istituzioni e con il Re, ormai impegnato dal patto siglato a Londra a ne aprile. Di fronte al sovrano, infatti, il vecchio statista piemontese si ritrasse e lasciò campo libero ai suoi avversari. In questo modo anche la maggioranza giolittiana si sciolse e aderì alla dichiarazione di apertura delle ostilità. Il 24 maggio l’Italia era dunque in guerra.