Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vengono massacrati il 23 maggio 1992 e il successivo 19 luglio. Due stragi tragicamente spettacolari e sanguinose, con un bilancio di undici morti, a 57 giorni di distanza l’una dall’altra. Il massacro di Capaci, lungo l’autostrada Punta Raisi-Palermo, e il macello di via D’Amelio, a Palermo, furono realizzati per vendetta nei confronti dei giudici più impegnati nella lotta alla mafia, dopo la sentenza della Cassazione del maxiprocesso (30 gennaio 1992) che aveva condannato definitivamente boss e gregari di mafia e, soprattutto, affermato il principio che i delitti commessi dai mafiosi erano sempre e comunque addebitabili alla “cupola” dei grandi capi (cosiddetto “teorema Buscetta”, dal primo pentito di mafia che aveva rivelato a Falcone i segreti di Cosa Nostra). Il prologo era stato, il 12 marzo, l’uccisione del deputato europeo della Democrazia cristiana Salvo Lima, rappresentante in Sicilia di Giulio Andreotti, potente uomo del governo italiano (sette volte presidente del Consiglio, in quei giorni candidato presidente della Repubblica), accusato di non avere mantenuto gli impegni per una diversa definizione del processo. Gli eventi successivi, come strumenti di pressione sullo Stato per allentare le misure repressive nei confronti dei mafiosi, furono le bombe collocate fuori dalla Sicilia, cosa mai avvenuta prima: in via Fauro, a Roma, contro il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, che scampò all’autobomba il 14 maggio 1993; in via dei Georgofili a Firenze (26 maggio) per colpire la Galleria degli Uffizi, bene culturale di valore universale, con l’uccisione di cinque persone e il ferimento di altre 40; due autobombe a Roma (27 luglio) contro la preziosa chiesa di San Giorgio al Velabro e la basilica pontificia di San Giovanni in Laterano (dunque contro la Chiesa cattolica che all’epoca, con papa Wojtyla, tuonava contro i mafiosi). Mezz’ora prima delle esplosioni di Roma, a Milano un’autobomba in via Palestro aveva ucciso un vigile urbano, tre vigili del fuoco e un immigrato marocchino. Obiettivo la Galleria d’arte moderna. Un altro attentato doveva fare strage di carabinieri allo stadio Olimpico di Roma il 23 gennaio 1994 durante la partita di calcio Lazio-Udinese. Il telecomando non funzionò. Tutti gli episodi di terrorismo mafioso venivano rivendicati da una fantomatica organizzazione denominata Falange Armata, inventata dai mafiosi per depistare le indagini, ma fu subito chiara la matrice mafiosa di quegli attentati che, stando alle evenienze processuali successive, hanno potuto godere di protezioni e agevolazioni da parte di apparati istituzionali. Dell’esistenza di questo patto sarebbe stato a conoscenza Borsellino, che intensificò freneticamente le indagini dopo l’uccisione dell’amico e collega Falcone, consapevole che nel mirino era finito anche lui. Ai suoi collaboratori disse: “Il tritolo per me è già arrivato a Palermo”. Di questo si è occupato un processo istruito dalla Procura della Repubblica di Palermo per la cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, che, secondo l’accusa, vide impegnati uomini della politica, delle istituzioni e della mafia per allentare il rigore del regime carcerario (cosiddetto 41/bis) per i boss di mafia e altre misure di favore, come la cancellazione del reato di associazione mafiosa introdotto dopo le uccisioni del deputato comunista Pio La Torre e del generale-prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982). Giovanni Falcone, 53 anni, era un magistrato nato e vissuto a Palermo, coetaneo di Paolo Borsellino, di cui era amico d’infanzia. È diventato un simbolo della lotta contro la mafia, anche se è stato contestato e contrastato soprattutto dai colleghi che, al Consiglio superiore della magistratura, lo bocciarono come capo dell’ufficio istruzione di Palermo dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto, preferendogli un collega che vantava solo una maggiore anzianità anagrafica. Procuratore aggiunto di Palermo, accettò l’impegno di Direttore generale del ministero della Giustizia, con Claudio Martelli ministro. Un incarico che gli procurò accuse gravissime di carrierismo e che lui, invece, utilizzò per coordinare e agevolare, da Roma, le indagini sulla nascente Tangentopoli (Di Pietro a Milano) e le sue connessioni con il malaffare mafioso, e per costruire un nuovo strumento di organizzazione della lotta alla mafia, fenomeno unitario da contrastare in forme coordinate: la Procura Nazionale Antimafia. Sarebbe stato il naturale Superprocuratore. Ma fu assassinato. Lo stesso incarico fu ipotizzato per Borsellino: il tritolo mafioso arrivò puntualmente prima.