STIMLJE, KOSOVO, YUGOSLAVIA
STIMLJE, KOSOVO, YUGOSLAVIA

L’inizio della guerra fu un colpo di maglio sferrato su una città che non se l’aspettava. I lampioni di Belgrado erano tutti accesi, il traffico disordinato di sempre intasava le strade. Poco dopo le 20 due lampi arancioni in punti diversi della metropoli segnarono l’inizio della fine per il padre padrone della Serbia Slobodan Milosevic. Era il 24 marzo del 1999. Dal 1989 il Kosovo, una provincia abitata da una larga maggioranza di etnia albanese, aveva perso il suo status di autonomia e la popolazione subiva la sanguinosa e sistematica repressione dei serbi. Per la Nato fu l’inizio di un conflitto solo aereo, la Allied Force Operation. Per la seconda volta nel dopoguerra parteciparono ai bombardamenti anche i caccia dell’Aeronautica militare italiana, ma sul momento la circostanza non fu rivelata all’opinione pubblica. Il Kosovo diventò un’immensa scatola vuota. L’8 aprile i serbi fecero l’errore di portare a Pristina, la capitale dell’ex provincia autonoma, i corrispondenti stranieri accreditati a Belgrado. Per strada incrociammo due zingarelli in bici e un solo albanese, un vecchietto frettoloso che trascinava una valigetta di plastica. Ci spiegò che il suo unico desiderio era raggiungere al più presto la sorella fuggita a Skopje, la capitale della Macedonia. Centinaia di migliaia di kosovari di etnia albanese ripararono nei paesi vicini. In Kosovo la Nato sfoderò armi micidiali. I serbi le denunciarono subito. Il mio articolo del 27 aprile sugli 11 missili alleati che avevano provocato venti morti a Surdulica, vicino al confine bulgaro, si concludeva con queste parole: “In Kosovo sarebbero stati usati proiettili di artiglieria a uranio impoverito di un peso che va da 400 grammi a 2 chili”. A Nis, la capitale del sud serbo, ci furono mostrate le famigerate bombe a grappolo cadute nei giardinetti delle case. In guerra vengono utilizzate contro le concentrazioni di truppe. Sedici persone, tecnici, ingegneri e truccatori, persero la vita nel bombardamento della televisione di Stato Rts, l’altoparlante del regime. Sembrò l’ennesimo errore alleato, ma il direttore generale Dragoljub Milanovic fu contestato duramente e pubblicamente dalla madre di una vittima. Solo in seguito il generale statunitense Wesley Clark dichiarò che Milosevic era stato avvertito in anticipo e che i capi di Rts avevano ordinato ai dipendenti di restare negli studi. Quattro anni dopo in un’intervista a “Democracy Now” lo stesso Clark non negò la terribile panoplia del conflitto, dalle bombe a grappolo all’uranio impoverito. “Che sia legale o meno - disse - li userei per proteggere uomini e donne contro la forza”. La guerra si concluse il 10 giugno del 1999. Due giorni dopo la Russia ricordò i doveri panslavi di grande protettrice dei serbi e mandò le sue truppe di stanza in Bosnia all’aeroporto internazionale di Pristina. Clark ordinò ai soldati inglesi di attaccare il contingente di Mosca. Il generale britannico Michael Jackson si oppose con forza. “Non comincerò per lei la Terza Guerra Mondiale!” fu il suo secco rifiuto. I numeri delle vittime serbe del conflitto sono tuttora ignoti. Secondo la Bbc i civili kosovari trucidati dai serbi furono tredicimila e i caduti dell’Uck, l’esercito dei guerriglieri albanesi, fra tremila e seimila.