Una volta si entrava in politica. Dal 26 gennaio 1994 si scende in campo. In 9 minuti e 25 secondi di discorso televisivo a reti (le sue) unificate, e con tanto di filtro davanti alla telecamera per rendere più calda l’atmosfera, Silvio Berlusconi cambiò il vecchio linguaggio del Palazzo, la sua vita e quella del paese. Nel bene o nel male, lo si potrà giudicare solo fra qualche decennio. Ma quel giorno l’Italia (...“il paese che amo”, disse l’allora Cavaliere aprendo il suo intervento) voltò pagina. Almeno quella politica, con i suoi rituali, i suoi meccanismi, un mondo travolto da Tangentopoli, certo, dal clima di terrore creato dalle stragi di mafia, ma pur sempre ancorato alle sue storiche dinamiche. Silvio, invece, era diverso. Non aveva fatto gavetta nelle sezioni. Aveva costruito un impero mediatico e immobiliare. Non aveva vissuto di politica, ma semmai l’aveva ampiamente finanziata. Un imprenditore di successo, insomma, contro il rottamatore del comunismo italiano, quell’Achille Occhetto che già aveva preso le misure degli uffici di Palazzo Chigi per sistemare gli uomini della...gioiosa macchina da guerra...della sinistra che sentiva in tasca il successo alle elezioni del 27 marzo. Errore. Quella di Berlusconi forse era meno gioiosa, ma fu veramente una macchina da guerra. Messa in piedi in poco tempo, con la straordinaria invenzione di un marchio (Forza Italia), la rapida riconversione in candidati dei suoi migliori pubblicitari, la creazione di migliaia di circoli sotto la guida di una personalità di spicco del mondo della cultura come Giuliano Urbani. Un sogno? Un calcolo? Il più grande, o il peggiore dei suoi affari? Chissà. Di sicuro, un rullo compressore che aveva lanciato già un primo campanello d’allarme della sua esistenza (per gli avversari) nel novembre del '93, quando all’uscita dell’Euromercato di Casalecchio, il presidente di Fininvest disse che per sindaco di Roma lui avrebbe preferito Fini (allora segretario del Movimento sociale) a Rutelli. Una bomba azzurra nell’Emilia rossa. Così, la discesa in campo non fu del tutto una sorpresa. Ma certamente i suoi avversari lo sottovalutarono. Lo consideravano un alieno. E per quel mondo lo era. Non poteva farcela. La fedele segretaria Marinella chiamava i direttori dei giornali per dire: vi mando le foto del dottore. Come se fosse lui a decidere l’immagine che loro dovevano pubblicare. Strano tipo. Poi capì che il mondo era diverso da Mediaset. La gente, tanta gente, capì però che lui era diverso dagli altri, dai sopravvissuti dalla purga del Pool. Diverso nei modi, nel linguaggio. Via il politichese; via il teatrino della politica. Via la sinistra. Il ciclone Silvio. Sorrisi, promesse, pacche sulle spalle. Ce l’aveva fatta con le gru e con le antenne, avrebbe potuto farcela anche con il Governo. In tanti lo pensarono. Perché, come disse lui quel 26 gennaio, non volevano...vivere in un paese illiberale.