Non c’era fuoco nell’inferno dello tsunami thailandese, e non c’erano neppure le grida dei dannati. C’erano solo acqua, fango, macerie, e quel silenzio assurdo che sembrava dovesse durare per l’eternità. Il silenzio di un’Apocalisse da 230 mila morti (54 italiani) che in quel Natale 2004 sovrappose al presepe e all’albero immagini di morte e devastazione che resteranno per sempre scolpite nel cuore dei sopravvissuti. Un balzo indietro nel tempo e ti sembra di essere ancora sul Sarasin Bridge, il ponte che unisce l’isola di Phuket alla terraferma. Oltrepassarlo era come salire sulla barca di Caronte e trovarsi dopo un attimo in uno stadio, in mezzo a cataste di morti. Cataste. Morti neri, gonfiati dall’acqua, qualcuno con le mani protese verso il cielo come avesse voluto chiedere pietà nell’ultimo istante di coscienza. Ma non c’era stata pietà per questa gente nel golfo di Kaolak, l’Eden dei turisti. È un golfo immenso, nessuna isola davanti, nessuna protezione, nessuna possibilità che l’onda potesse smaltire anche in parte la sua potenza.Arrivò a una velocità di 500 chilometri l’ora, enorme, alta forse otto metri. C’erano alberghi sventrati fino ai secondi piani come fossero stati di cartapesta. C’erano palme secolari letteralmente sbriciolate e camioncini scaraventati sui tetti come proiettili. A Phuket Town avevano tirato su una tendopoli d’emergenza nel grande spiazzo del Governatorato.Tanta gente, tanti giovani. Chi trasportava carrelli di acqua e vivande, chi frigoriferi, chi pentole di riso bollente, chi vestiti.Vestiti, certo, magliette, pantaloni, camicie, scarpe di tutte le misure, perché a centinaia erano arrivati lì con indosso solo il costume da bagno. Erano nudi, sconvolti, increduli. Niente passaporto, niente carte di credito, niente cellulare: per un occidentale era come sprofondare in una crisi d’identità. Potersi infilare una Lacoste un po’ sgualcita e un paio di bermuda era come ricominciare a respirare dopo essere quasi soffocati. Il popolo sorridente e sgangherato di Phuket che vestiva e rifocillava i facoltosi villeggianti, chi l’avrebbe mai detto. Lungo le strade c’erano centinaia di foto di persone “missing”, c’erano tanti volti sorridenti di bambini inglesi, svedesi, tedeschi, austriaci, italiani. Storie di morte e storie di vita si intrecciavano nelle prime ore dopo la catastrofe. C’erano i ragazzi elbani dati per dispersi e ritrovati sani e salvi. C’era l’imprenditore italiano emigrato in Thailandia che girava con un tricolore sull’auto cercando connazionali da aiutare. C’erano le ragazze che pochi giorni dopo aver pianto un loro congiunto tornavano a lavorare nei night club di Patong Beach in una Phuket che voleva disperatamente tornare a vivere. E la notte, ogni maledetta notte, lungo le spiagge si vedevano le pire di fuoco innalzate per bruciare i corpi. I cadaveri erano troppi e l’allarme colera già alto. Fiamme e altissime colonne di fumo a perdita d’occhio, come in un campo di battaglia dell’antichità. Ma la battaglia contro lo tsunami nessuno aveva potuto combatterla.