Nella notte della Repubblica ci sono 36 giorni che racchiudono due dei tanti misteri della storia italiana per i quali c’è una verità giudiziaria che ancora oggi divide la società e fa litigare la politica. Una verità a metà del guado che, nonostante milioni di pagine processuali, perizie e sentenze non convince del tutto. Due date di un’estate italiana del terrore, due stragi ancora oggi prive di un mandante: Ustica e Bologna, anno 1980, 81 e 85 morti. Nel tempo e nell’accavallarsi di ipotesi, anche fantasiose, c’è chi ha ipotizzato un collegamento fra i due fatti. Ma la prova non c’è. In ogni caso restano due buchi neri, come altre stragi italiane avvolte tutt’ora nel buio nonostante ci siano sentenze passate in giudicato. Dentro questo tunnel di morti e feriti sono passate anche ombre sfuggenti di millantatori, servizi segreti deviati, autori di depistaggi mai chiariti, mentitori. Un variegato parterre di personaggi e situazioni che hanno contribuito ad ingarbugliare ancora di più la strage dell’aereo DC9 Itavia e della stazione di Bologna. Il nastro della memoria si riavvolge a quei giorni quando l’estate era già rovente per la crisi del petrolio mentre Gianni Agnelli passava il timone della Fiat a Cesare Romiti, il quale a sua volta annunciava 14mila licenziamenti. L’Italia delle vacanze fu scossa da due terribili massacri. Il 27 giugno 1980 esplode in volo sopra l’isola di Ustica l’aereo DC9 Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo. Muoiono 81 passeggeri e l’intero equipaggio. Alle 20,08 il DC9 decolla diretto a Palermo con 113 minuti di ritardo e imbocca regolarmente l’aerovia Ambra 13. Alle 20,59 si registra l’ultimo contatto radio tra velivolo e controllore procedurale di Roma. Alle 21,04 richiamato per l’autorizzazione alla discesa il volo IH870 non risponde. Ci provano altri velivoli in zona messi in allerta. Nulla. Ore 21,25. Il comando del soccorso aereo di Martina Franca assume la direzione delle ricerche e allerta il 15esimo stormo di Ciampino. è chiaro che è successa una tragedia. Alle prime luci dell’alba, quando vengono avvistati detriti della fusoliera, la conferma: il DC9 si è inabissato in mare. Dopo anni di indagini, milioni di pagine di fascicolo processuale, perizie internazionali, ambigue azioni dei servizi, i giudici della Corte di Cassazione stabilirono che si trattò di una esplosione in volo causata probabilmente da una bomba a bordo (perizia di un pool internazionale di esperti). Una parte dei parenti delle vittime (e una ipotesi vagliata ma non provata dall’inchiesta) sostengono invece che un missile lanciato da un aereo, forse francese, durante una battaglia in cielo o una esercitazione segreta ha colpito il velivolo decollato dalla città delle Due Torri. Nel cielo di Ustica, sostengono ancora, quella notte c’era uno scenario di guerra mai dichiarato dove volavano aerei americani, francesi e forse libici. Una immagine suggestiva, sostenuta anche da alcuni dei magistrati che hanno indagato su Ustica, ma mai provata no in fondo e sempre negata dai Paesi ipoteticamente coinvolti. In un infuriare di polemiche e comunque di molti aspetti mai chiariti, negli anni successivi l’Aeronautica italiana fu accusata di aver coperto un tragico duello in volo da dove partì il missile che centrò l’Itavia. Sparirono, si disse in seguito, registrazioni di volo e tracciati radar, ci furono “rivelazioni” mai provate, per no morti sospette di testimoni e militari. Una selva di dubbi e polemiche feroci nel tempo hanno ispirato suggestive ricostruzioni politico-giornalistiche e per no un lm, Il muro di gomma. Eppure tre gradi di giudizio no alla Cassazione (2007) hanno stabilito che i tre generali dell’Aeronautica italiana niti a processo non depistarono nulla perché non c’era nulla a depistare. Assolti, quindi. Un poderoso movimento di opinione che sta dietro l’Associazione familiari delle vittime invece sostiene da sempre che il velivolo fu centrato da un missile durante una attività militare. Che forse ci fu, ma manca la prova della relazione diretta con l’abbattimento dell’Itavia. Il primo che lo ha scritto in una sentenza è un giudice onorario civile (ne sono seguiti altri), ma senza prove. Il contrario delle conclusioni del processo penale che comprende un milione e 750mila pagine e 4mila testimonianze. Il braccio di ferro giudiziario si è sgranato in seguito in un groviglio di indennizzi diretti (in gran parte saldati) e risarcimenti a cui in parte lo Stato si è opposto attraverso l’Avvocatura con la motivazione che se non c’è stata battaglia aerea lo Stato stesso non deve rispondere della mancata protezione. La carcassa del DC9 ora è composta nel museo della memoria a Bologna, come cupo monito a futura memoria. Resta un’amarezza profonda perché, bomba o missile, 81 persone partite col sorriso per una vacanza sono morte e non hanno ancora Giustizia. Almeno nel 2015, a 35 anni dai fatti.