A volte basta un voto per scrivere una pagina di storia. A Giorgio Guazzaloca bastò il 50,69% per chiudere un intero capitolo della sinistra italiana. Una manciata di consensi in più della sua contendente, Silvia Bartolini, candidata dell’ex Pci al ballottaggio per la poltrona di sindaco di Bologna il 27 giugno del 1999. Non una poltrona qualunque di una città qualunque. La poltrona simbolo della città simbolo del comunismo italiano, da 54 anni ininterrottamente occupata dagli eredi di Togliatti e Berlinguer. Bologna la rossa, insomma. Non solo per i tetti, o per il colore dei capelli di Silvia Bartolini. Ma quella notte, quasi all’ultima sezione scrutinata, il colore si stinse, si annacquò. Nessuno ci avrebbe scommesso una lira. Tranne lui. Anche se Guazzaloca...il macellaio...era un bolognese doc, da tresette con gli amici da Biagi, il caffè in piazza Maggiore con un pacco di giornali sul tavolino, a chiacchierare con chi passava. Difficile etichettarlo. Amico di Casini, ma anche di Prodi, presidente dei commercianti, ma anche della Camera di Commercio, organismo rappresentativo di un tessuto economico non certo e non solo padronale. Con un sogno nel cassetto: fare il direttore del Carlino. O il sindaco. Al punto che c’era chi lo avrebbe voluto candidato della sinistra dopo Vitali. Insomma bipartisan. Come la sua lista civica che all’inizio non piacque a nessuno dei due campi, anche se si rivolgeva soprattutto a quello moderato. Ma appoggiare Guazzaloca significava rinunciare al solito candidato di partito, di bandiera, quelli che a Bologna non potevano e non possono mai vincere. Alla fine, il centro destra decise di sostenerlo. Senza entusiasmo. Ma non troverete negli archivi della politica neppure un manifesto di Guazzaloca con Berlusconi. Che un giorno telefonò al sottoscritto, allora direttore del Carlino, facendo il seguente discorso: senta, io so che Guazzaloca preferisce non farsi accostare a me. E forse fa bene. Ma spero che il suo giornale gli dia una mano perché penso che possa vincere. E il Carlino, senza venire meno al suo ruolo di giornale di tutti, una mano gliela diede convinto che dopo mezzo secolo anche Bologna dovesse cambiare cabina di regia. E più che un cambiamento, quella domenica fu uno choc. A sinistra, a destra, nel mondo delle imprese, abituate da sempre ad avere gli stessi interlocutori, gli stessi canali. Fu choc, ma anche festa. Incredibile. Ventimila persone in piazza Maggiore, Guazza che sale le scale di Palazzo d’Accursio come portato in trionfo. E il giorno dopo, titoli su tutti i giornali del mondo. Ma lui non cambiò. Restò sempre...il Guazza. Non cambiò neppure Bologna che dopo cinque anni tornò disciplinatamente nei ranghi...affascinata...da Cofferati. Ma soprattutto dall’idea di poter riprendere i suoi riti rassicuranti sia per le case del popolo, sia per le case dei signori.