Il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capoluogo della Bosnia-Erzegovina, uno studente serbo di nome Gavrilo Princip uccise a colpi di pistola l’erede al trono imperiale d’Austria-Ungheria, l’arciduca Francesco Ferdinando, in visita in quei luoghi insieme alla moglie. La Bosnia era da tempo una regione critica nel cuore dell’Europa. Annessa nel 1908 all’Impero d’Austria, dopo essere stata a lungo dominata dai turchi, suscitava da sempre le ambizioni della Serbia, il piccolo ma intraprendente regno balcanico che si faceva da tempo forte dell’appoggio della Russia e non esitava per questo ad avventurarsi in provocazioni pericolose verso il governo di Vienna. Immediatamente arrestato, l’assassino risultò infatti affiliato ad una società segreta nazionalista che lottava proprio per l’annessione della Bosnia alla Serbia. I sei cospiratori, salvo uno che sfuggì alla cattura, furono arrestati e processati, ma nessuno di loro venne condannato a morte perché minorenni. Successive indagini provarono che Princip e i suoi compagni erano stati addestrati, o quanto meno avevano avuto dei contatti, con i servizi segreti dell’esercito serbo e pare pertanto sicura una corresponsabilità di alcuni ambienti del governo di Belgrado nell’attentato.Tuttavia non mancarono all’epoca e anche in seguito ipotesi che vedevano nell’arciduca ucciso un uomo pericoloso anche per certi settori della monarchia asburgica. Questo grande Impero, comprendente oltre all’Austria e all’Ungheria, anche la Slovenia, la Croazia, la Boemia, la Slovacchia, la parte meridionale della Polonia e la Transilvania, era attraversato da contrasti profondi tra le varie nazionalità riunite sotto la corona dell’anziano Francesco Giuseppe. La divisione fra i vari popoli era alimentata dalle differenze linguistiche, religiose, economiche e sociali: il mosaico risultava particolarmente complesso giacché un gruppo, in una regione maggioritario, si trovava in minoranza in un’altra. A seguito della riorganizzazione statale del 1867, che aveva introdotto il termine stesso di Duplice Monarchia, Francesco Giuseppe era in pari tempo imperatore d’Austria e re di Ungheria. Questo escamotage rifletteva la posizione preminente che i due gruppi, l’austriaco e l’ungherese, avevano assunto, raggiungendo un soddisfacente compromesso tra loro ma sostanzialmente a danno di tutti gli altri, in particolare degli slavi, che risultavano i più sacri cati dalla spartizione. L’arciduca assassinato si era messo in luce come un possibile innovatore di tale dinamica cristallizzata, perché non aveva fatto mistero di pensare ad un’evoluzione della monarchia da Duplice a Triplice, conferendo cioè un ruolo e un’autonomia anche alla componente slava, una volta che fosse arrivato a cingere la corona. Per tale motivo dalla sua morte potevano trarre un beneficio sia i nazionalisti serbi, che temevano in caso dell’ascesa al trono dell’arciduca di non poter fare più presa sulle componenti slave della Bosnia e della Croazia, sia i fautori del primato austro-ungherese, decisi a non cedere quote del loro potere agli slavi nell’eventuale riorganizzazione dell’Impero. È possibile che la morte di Francesco Ferdinando sia stata il risultato di questi fini opposti, divergenti nella meta ma concordi nel mezzo, appunto la sua eliminazione fisica. Ad una complicità di talune autorità austriache hanno fatto pensare certi errori quasi inesplicabili compiuti nell’organizzazione della visita dell’arciduca a Sarajevo, come l’uso di un’automobile scoperta in quel contesto ostile, o il fallimento di un primo attentato quello stesso giorno. In ogni caso il governo asburgico trasse spunto dal sanguinoso episodio per sferrare alla Serbia una dura lezione, tale da screditarla agli occhi degli indipendentisti e da ridimensionarla una volta per tutte: la si considerava infatti il perno di una pericolosa politica panslavista, evocando in tal modo il ruolo della Russia. Pertanto il 23 luglio fu inviato a Belgrado un ultimatum durissimo, da accettare in toto, pena la guerra, che prevedeva richieste tali da ledere gravemente la dignità della Serbia e da eliminarla come fattore politico attivo dai Balcani. Il 28 luglio il documento venne respinto, determinando così la proclamazione delle ostilità da parte di Vienna.