Benito Mussolini
Benito Mussolini

Quando esce questo numero del “Carlino” la marcia su Roma è in atto. Mussolini non è stato ancora convocato dal Re per la formazione del nuovo governo e se ne sta rintanato a Milano, pronto a scappare in Svizzera se la situazione dovesse precipitare. Ma quello che il commento di fondo del “Carlino” definisce “l’irreparabile”, ossia la firma da parte del Re del decreto di stato d’assedio, non è accaduto. La firma non c’è stata, nonostante che il proclama del governo Facta parli di “tentativi insurrezionali” e richiami al dovere delle istituzioni d’intervenire. Il quotidiano bolognese da una lettura diversa degli eventi, che in quel momento è condivisa da gran parte dell’opinione pubblica benpensante. Non nega che il fascismo manifesti “forme extralegali”, ma lo cala nel solco della ricostruzione nazionale. Quindi, legge in esso un fattore di stabilizzazione politica e istituzionale. Come molti, il “Carlino” avrebbe preferito una soluzione Giolitti-Mussolini. Sarebbe stato il prosieguo della scelta fatta da Giolitti con le liste dei blocchi nazionali, alle elezioni del 1921, quando liberali, fascisti e nazionalisti confluirono in liste comuni. Ma quando il 29 ottobre il “Carlino” va in edicola quella soluzione è già sfumata. In realtà, il primo a temerla era proprio Mussolini, pronto a respingere soluzioni che non gli riservassero la presidenza del Consiglio e la possibilità di formare il governo senza condomini con alcun grande notabile liberale. Non con Salandra e tantomeno con Giolitti. La redazione ha bene centra- to che la questione cruciale è il decreto di stato d’assedio e la prima pagina ruota attorno a questo tema. Se il Re l’avesse firmato si sarebbe configurato lo scontro fra fascisti ed esercito,ossia fra i portabandiera dell’Italia dell’intervento e della vittoria. Questa è la rappresentazione che il “Carlino” dà di quel passaggio cruciale della storia nazionale. Non è difficile intravedere dietro a questa lettura la mano del direttore Nello Quilici: grande giornalista, ma legato a filo doppio al quadrumviro della marcia su Roma Italo Balbo. La linea di Quilici spiega bene lo spirito giustificatorio del giornale e il sostanziale sostegno alla marcia su Roma. Infatti, ben difficilmente si poteva credere nello spirito stabilizzatore dei fascisti al governo quando “Il Popolo d’Italia” lanciava un pro- clama contro l’uscita di “Corriere della Sera”, “Avanti!” e “La Giustizia” solo perché avevano il torto di criticarla. La libertà di stampa e le libere istituzioni erano ormai moribonde.