La Storia scrive sempre per righi storti, e anche la Chiesa talvolta si concede il lusso di dipanare per percorsi tortuosi il proprio cammino. Come infatti non leggere in questo modo i conclavi del 1978, che a due mesi di distanza l’uno dall’altro produssero effetti diversi se non opposti, incredibilmente opposti, visto che non solo “il corpo elettorale” era lo stesso, ma anche le condizioni interne ed esterne non erano mutate di una virgola? E così un evento già di per sé rarissimo nella vita della Chiesa (tre papi in un solo anno, già accaduto ma diversi secoli indietro) portò con sé risvolti che nessuno sarebbe stato capace di prevedere, e che produssero storici effetti per la Chiesa e per tutto il mondo contemporaneo. Quasi che un fatto casuale, come casuale è la morte per infarto di un uomo anziano (Giovanni Paolo I), possa aver convinto i cardinali, nel secondo conclave di quell’anno, della necessità di una svolta più marcata rispetto alla precedente. Dando ancora una volta di più ragione a chi legge la vita della Chiesa con il teorema del pendolo, eterna garanzia di autoconservazione per cui a un papa giovane ne segue uno vecchio, a un papa riformatore deve succederne uno conservatore e via avanti con gli opposti. La Chiesa, “esperta in umanità” come amava definirla Paolo VI, sa che la Storia procede per tesi ed antitesi e non si tira indietro. La tesi e l’antitesi assunsero nell’estate 1978 i profili di due personaggi del tutto diversi tra loro, il cardinale veneto Albino Luciani e quello polacco Karol Wojtyla, che uscirono eletti da due conclavi iniziati senza un vincitore annunciato - ovviamente più il secondo del primo - e che furono figli di due scelte diverse. In qualche modo di continuità anche se di compromesso il primo, di rottura il secondo. Luciani beneficiò della contrapposizione tra i due campioni dei fronti opposti - il conservatore Siri e il riformista Benelli - e risultò eletto perché garantiva il fronte conciliare senza urtare troppo i più tradizionalisti; Wojtyla uscì a sorpresa eletto da un conclave iniziato ancora sotto lo choc della morte prematura di un papa già entrato in forte empatia con la gente per il suo stile anticonformista, e che in quel mese sul soglio di Pietro aveva fatto comprendere come il popolo di Dio fosse pronto per una svolta ancora più modernizzatrice di quanto non fosse stato il conciliare Montini, una svolta ancora non ben chiara ma certamente nell’aria. E come accade sempre nella storia della Chiesa, anche quella volta il papa non scelse il successore, ma certamente contribuì indirettamente a eleggerlo. I cardinali che si riunirono nella Sistina nell’ottobre 1978 seppero cioè coglie- re il senso dell’entusiasmo che aveva suscitato nella gente la semplicità di un papa che per la prima volta aveva avuto il coraggio di dire che “Dio è padre ma anche mamma”, che aveva abolito il plurale maiestatis e la sedia gestatoria, e lo coniugarono - i più avveduti e i più profetici - con la necessità di uscire dall’Italia e di giocare un ruolo internazionale nel passaggio storico che stava maturando, e di cui noi italiani provinciali non avevamo ancora il senso profondo. Lo sconosciuto cardinale polacco, il cui nome all’inizio fece pensare al fantomatico “papa nero”, avrebbe svelato entro pochi giorni il senso di quanto era avvenuto nel segreto della cappella più bella del mondo. Il suo confidenziale “se sbaglio mi correggerete”, il pastorale brandito con forza alla messa di intronizzazione, quell’“aprite a Cristo le porte dei cuori e dei sistemi politici ed economici” resero chiaro al mondo che la Chiesa si preparava a entrare nel terzo millennio senza chiedere il permesso a nessuno. Anche a Mosca capirono, e iniziarono a preoccuparsi.