Fu lo scandalo perfetto. L’ intellettuale italiano più scomodo, poeta e polemista di fama, cineasta di successo internazionale, omosessuale e moralista intransigente, ammazzato con atroce violenza nella più infamante delle situazioni: un incontro clandestino, probabilmente a pagamento, con un minorenne di borgata che pareva uscito dalle pagine di un suo romanzo, Ragazzi di vita.Tanti pensarono al complotto, a una vendetta politica cinicamente mascherata. Idea legittima, in quell’Italia debole e impaurita. Erano i mesi in cui le Br progettavano il sequestro Moro dopo aver fatto evadere dal carcere Renato Curcio con un blitz umiliante per lo Stato. L’inflazione era al 19%, l’avanzata elettorale del Pci di Berlinguer spaventava la Dc e il governo, tensioni e sospetti assediavano tutto e tutti, anche l’immensa folla che a Campo dei Fiori partecipò ai funerali del poeta assassinato. Si sarebbe poi capito che, almeno in questo caso, le dietrologie non meritavano più credito della verità processuale che ha sempre indicato in Pino Pelosi l’unico esecutore materiale del delitto.Anche secondo alcuni intimi amici della vittima fu “un tragico incidente”. O semmai l’inconscia ricerca di un suicidio su commissione. Dopo tan- to tempo si discute ancora su Pier Paolo Pasolini, friulano nell’ani- mo, bolognese per l’anagrafe e non per poco tempo: il liceo Galvani, l’università, i classici comprati usati alla libreria Nanni, le prime passioni per il calcio e per il cinema. Quel giovane scrittore cristiano, cresciuto su Marx e Freud, piaceva a tanti “compagni”, ma nelle pro- teste del Sessantotto si schierò con i poliziotti contro gli studenti figli di papà. Iscritto al Pci, espulso per immoralità. Fece scalpore quando definì l’aborto un omicidio, o quando propose di abolire la televisione. Diverso, dalla destra e dalla sinistra. “La matrice che oggi genera tutti gli italiani è la stessa”, diceva.“Io sono una forza del Passato”. Spirito libero, incontrollabile, idealista e narcisista. Genio sensibile e feroce, provocatorio e contraddittorio, nei film e nella grande poesia delle Ceneri di Gramsci, nei romanzi e negli articoli sul “Corriere della Sera” di Piero Ottone (Montanelli abbandonò il giornale due anni prima di quel terribile 2 novembre). Si può discutere su qualsiasi aspetto dell’arte e della vita di Pasolini, non sulla sua straordinaria lezione etica e giornalistica contro la falsa libertà, la dittatura dei consumi e degli egoismi, l’ottusa modernità che tutto appiattisce e che distrugge ogni radice morale, ogni memoria storica. “È peggio del 1945, perché oggi ci troviamo tra macerie di valori”. Parole del 1975. Quasi un testamento, amaramente attuale.