All’una e 24 minuti di sabato 26 aprile 1986, la centrale atomica di Chernobyl, a 130 chilometri a nord di Kiev, in Ucraina, diventa incontrollabile. Sarà il disastro nucleare più drammatico registrato no ad allora. Un vento d’alta quota da oriente spingerà la nube atomica sulla nostra Europa. E scopriremo che quei paesi al di là della cortina di ferro in linea d’aria sono molto più vicini di quanto ci illudessimo. Il disastro avviene per un susseguirsi di errori umani che, singolarmente, potrebbero essere considerati di scarsa rilevanza. Ma nessuno all’inizio si preoccupò, né dopo riuscì ad arrestare la catena di incidenti e di guasti.Alle tredici di venerdì 25, nel blocco 4 della centrale, della capacità di 3.200 megawatt, si inizia un test con il turbogeneratore. Si prevede di impiegare il rotore della turbina per breve tempo per azionare la pompa dell’impianto di raffreddamento. Alle 13 e 5 minuti viene fermata la turbina 7. Alle 14, seguendo il programma, si isola il sistema di raffreddamento d’emergenza. Ma quando si decide di rimetterlo in servizio, gli addetti non vi riescono. Il sabato, 28 minuti dopo mezzanotte si dovrebbe passare dal sistema di controllo locale a quello generale dell’impianto, ma l’operatore compie un errore fatale non riuscendo a limitare la perdita di potenza.All’una, si è scesi a 200 megawatt, a questo livello l’impianto non dovrebbe più restare in funzione. Tre minuti dopo, il personale non ha eseguito l ́arresto. Passano altri tre minuti, viene messa in azione una pompa di emergenza, e quindi una seconda. La situazione peggiora di secondo in secondo: all’una, 23 minuti e 43 secondi il reattore è irrimediabilmente danneggiato. Diciassette secondi, e avviene la prima esplosione.Tre ore dopo, la seconda. In un raggio di 30 chilometri intorno alla centrale vivono centomila persone, dodicimila a Chernobyl. Trenta ore dopo la sciagura si comincia l’evacuazione, 200 villaggi e paesi verranno abbandonati per sempre. Mosca rende ufficialmente noto l’accaduto solo alle 21 e otto minuti del 28 aprile. Si cerca di raffreddare l’impianto con acqua, poi di ricoprirlo di sabbia. Invano. Il sei maggio si comincia a seppellire l’impianto sotto una coltre di cemento, il “Sarcogafo”. Ma nella bara l’impianto rimane vivo, e letale. Le vittime ufficiali sono 32, almeno mezzo milione avranno conseguenze dalle radiazioni, 200 mila kmq sono tuttora contaminati. Gli europei sono presi dall’angoscia: si evita per mesi, per anni, di consumare ortaggi o funghi. Gli esperti cercano di calmare l’opinione pubblica: la probabilità che Chernobyl si ripeta è una su 30 mila. Ma accadrà di nuovo in Giappone.