Nell’afa umidiccia della notte, l’uomo raccolto a testa bassa vicino ai binari parlava a se stesso, a tutti e a nessuno. “Terribile, terribile, terribile”, ripeteva in una nenia sfinita e disperata davanti al tragico monumento di ferraglie macchiato dai colori allegri del contenuto delle valigie sfasciate. La carrozza numero cinque del treno Roma-Monaco di Baviera, con le orbite dei finestrini senza vetri come occhi senza luce, mostrava le sue viscere di lamiere, di condotti, di grovigli, di vetri, di macchie di acqua, di olio e di sangue, in un angolo un po’ de lato della stazione di San Benedetto Val di Sambro. Da quel punto all’indietro le rotaie accompagnavano lo sguardo verso la bocca della galleria, nera e misteriosa come l’ingresso all’inferno. E l’inferno, all’1,23 del 4 agosto ,74, si era scatenato proprio lì. Filava da Firenze verso Bologna, l’espresso 1486, Italicus, e nella luce giallastra delle vetture c’era chi leggeva, chi dormiva, chi sognava e chi soltanto pensava. La bomba si annunciò con un accecante lampo azzurrino e con uno scoppio amplificato dalla volta, che da una parte risalì i 18 chilometri del tunnel e diede uno scossone alla montagna e che dall’altra cercò sfogo nei 50 metri dell’uscita e verso la vallata. Quando l’eco si spense sempre più in là, come un tuono sfinito, il convoglio viaggiava ancora, per inerzia, in un impasto di fuoco e di fumo nerissimo. Lo stridio della “rapida” annunciò la frenata d’emergenza e un attimo dopo tra le fiamme e gli urli si fece coraggiosamente strada il ferroviere Silver Sirotti armato di un estintore generoso, ma troppo piccolo. E allora l’incendio ghermì anche lui. Morirono in 12, dilaniati dalla bomba o inceneriti dal rogo, altri 48 riportarono lesioni gravi e molti persero la vista. Il bilancio non raggiunse cifre più alte solo perché il convoglio aveva recuperato tre minuti di ritardo e l’ordigno, quindi, non esplose nel cuore della galleria. E subito, a rogo appena spento, prese il via un frenetico rincorrersi di sospetti e di polemiche integrato da ambigui volantini di rivendicazione e da telefonate dello stesso tono per lo più a“il Resto del Carlino”. L’inchiesta riportò all’attualità ambienti e personaggi della destra eversiva, propose nomi e ruoli, ma i processi si conclusero senza colpevoli, e i simboli della strage di una notte d’estate rimasero la medaglia d’Oro di Silver Sirotti e quello sconosciuto che diceva a tutti e a nessuno “terribile, terribile, terribile”.