Vittime della Uno bianca
Vittime della Uno bianca

Una combriccola di fantasmi riuniti in un’etichetta per no un po’ banale: la “Banda della Uno bianca”. Chi c’era dietro alle armi assassine? Pazzi? Terroristi? Italiani, stranieri o in formazione mista? Domande a vuoto in un continuo rimbalzo da un angolo all’altro dell’Emilia Romagna e delle Marche, teatri d’azione della gang in viaggio, a volte, sul modello di Fiat più popolare. Stessa tecnica e “canne” spesso diverse per comporre una striscia di mistero lunga sette anni e un tortuoso mosaico di 91 rapine con 24 morti e 103 feriti. Poi li presero e l’Italia si allineò nello stupore, nello sdegno e nel sollievo. Perché dal buio emersero i tratti di un manipolo di agenti di polizia e di qualche aggregato non troppo lontano dallo stesso ambiente. Interrogatori e testimonianze stabilirono che l’idea di passare dall’altra parte della legge era nata, tra una chiacchiera e l’altra, in un disinvolto passaparola in famiglia. “Ci stai?”. “Ci sto”. E via tutti insieme, i tre fratelli Roberto e Alberto Savi, poliziotti, e Fabio, camionista, uniti nel tempo libero dall’hobby degli assalti. Integerrimi nei turni di servizio e nelle altre mansioni, genitori affettuosi e amici leali, indossavano abiti da belve nei raid a caccia di quattrini e di emozioni, placate troppo spesso da una scarica di pallottole. Ed eccoli, con i complici, nell’urlo del “mani in alto” in una tetra catena di blitz, dall’87 al ,94, in banche, empori, caselli e in tanti altri agguati anche senza ritorni economici. Come la sera del 4 gennaio 1991, a Bologna. Il bersaglio, nel buio illividito dalla nebbia, si presentò con i fari dell’auto di tre giovani carabinieri in perlustrazione. Un rapido cenno d’intesa, e gli uomini della gang stesero tutti insieme il braccio nella mira. Spari: dieci, trenta, una tempesta. Morirono Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini. E i killer? Inghiottiti dal buio e inseguiti dalle domande. Tanto più che l’agguato pareva il replay dell’assassinio di altri due militari, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, massacrati nell’88 a Castelmaggiore. Il mistero sul movente rimase, almeno in parte, anche quando le facce degli assassini finirono sotto i riflettori. Roberto Savi, introverso capobanda, si limitò a rispondere ai magistrati come faceva alla centrale operativa, in servizio, nei dialoghi via radio con le pattuglie del 113: “Negativo”, “Positivo”. Tacquero le armi e le truci azioni della gang vennero consegnate al dolore, all’indignazione e agli ergastoli.