In prospettiva storica, la strage della Tienanmen si conferma sempre più come svolta della storia cinese e del comunismo internazionale: in Europa, inizio della fine del socialismo reale; in Cina, dopo la carneficina, lancio di riforme economiche liberali ma rafforzamento del sistema autoritario. La strage, dopo che da oltre due mesi masse di studenti occupavano il centro della città confusamente reclamando democrazia, avvenne nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, sotto gli occhi del mondo. Avuto il permesso di operare a Pechino per la visita di Gorbaciov in riconciliazione tra Unione Sovietica e Cina, le TV internazionali trasmisero in diretta il tragico tank-show, le colonne di carri armati contro folle di manifestanti inermi. Solo 310 morti, dice la versione ufficiale. Alcune migliaia, secondo fonti non ufficiali. L’icona della strage è un grande gesto di non violenza: un uomo di mezz’età in camicia bianca e un sacchetto di plastica in mano che, balzato in mezzo alla strada, blocca una colonna corazzata sul vialone della Pace Celeste, l’asse di 40 chilometri da Est a Ovest attraverso la città. Ero lì quella mattina, vicino alla Città Proibita, dopo la notte di fuoco in strada con le moltitudini, e poi in povere casette al riparo da blindati e sparatorie. Presidiata da forze in assetto di guerra, Pechino era immersa in un silenzio cimiteriale, la gente parlava sottovoce. Davanti a me, filmato da un grande cameraman, il surreale balletto del blindato che si ferma e cerca poi di aggirare e superare quel sublime eroe rimasto per sempre ignoto, secondo voci poi arrestato. La strage accelerò la fine del comunismo. Quando in autunno le masse scesero in piazza nel blocco sovietico, il potere non ebbe la capacità di reprimerle. E non solo perché la Mosca di Gorbaciov non era più quella di prima, ma perché quel tragico tank-show aveva segnato la coscienza universale. Non si potevano ripetere bagni di sangue come sulla Tienanmen. Per la Cina, isolata dal mondo, dapprima si pensò che le riforme appena avviate sarebbero state cancellate. Ma mentre l’Unione Sovietica scompariva, Deng Xiaoping, superando duri scontri interni, rilanciò le riforme, proprio per non fare la fine dell’Unione Sovietica. Dal quel bagno di sangue è sorto il grande sviluppo economico, ma anche il rafforzamento dell’autoritarismo politico.