La strada per la leggenda è lastricata di coincidenze e traiettorie impazzite. Il 4 maggio 1949 su Torino si sta scatenando un nubifragio. E il Grande Torino, la squadra invulnerabile di ritorno dalla trasferta a Lisbona persa con l’orgoglio di chi vince sempre, la percorre tutta dentro un muro di nuvole. La collina è avvolta dalla nebbia, il Po giù in basso esonda. Li aspettano per le 17 al Campo Volo dell’Aeronautica. Il ticchettio del telegrafo conferma: “Siamo sopra Savona, quota 2000 metri.Tagliamo su Superga”. Quelli sotto, preoccupati, avvertono il comandante, che per eccesso di sincronismo si chiama Meroni: “Visibilità zero, dovete volare alla cieca”. Cieca è la sfortuna. I metri non 2 mila ma solo 200. E il Fiat G212 anziché volteggiare sopra la Basilica va a schiantarsi contro il suo muraglione. Così muoiono gli immortali, il modello ineguagliabile del calcio italiano. Sotto il diluvio si disintegra il sogno mai più sognato di una squadra al di sopra del tifo e delle beghe di campanile, il simbolo della rinascita. Il muratore Amilcare Rocco, che abita poco distante dalla cima, sente il fragore fisico di stella caduta. Esce nell’aria spessa e vede la carlinga arresa alla gravità sul terrapieno, il foro di 4 metri di diametro, la colonna di fumo nero. In mezzo all’orrore dei corpi sparpagliati si aggira il cappellano del tempio, don Tancredi Ricca. I morti vengono raggruppati sul piccolo piazzale dietro la sua canonica e coperti da un telone impermeabile. Fra le lamiere spunta una foto del Torino ‘46 -‘47: è appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castiglia- no è stato mangiato. A Montecitorio arriva la notizia e la seduta è sospesa. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna e al posto suo parte per Torino il sottosegretario Andreotti. Gli strilloni vengono presi d’assalto, la strada per Superga è un gigantesco ingorgo. Il vecchio maestro Vittorio Pozzo, che ha contribuito a creare il mito, riconosce Loik, Ballarin. “Nessuno meno di lei....” mormora il maresciallo che prende appunti. Undici marziani, partiti per il Portogallo per un impegno preso personalmente dal capitano Valentino Mazzola. Attorno a quell’aereo la sorte coreografa una macabra danza di partenze mancate o centrate all’ultimo momento. Il presidente Ferruccio Novo sta male e rimane a letto. Il giovane granata Giuliano ha problemi con il passaporto e sale al posto suo Renato Casalbore, direttore di Tuttosport. Non si imbarca il portiere di riserva Gandolfi perché è stato convocato Dino Ballarin. Nicolò Carosio deve la vita alla comunione del figlio. Una distorsione blocca Sauro Toma, mentre Maroso va con la benedizione del medico e Mazzola non può mancare anche se si trascina dietro l’influenza. “Questa sarà la nostra bara” aveva sussurrato un giorno Loik a Boniperti riferendosi all’aereo che portava lontano la Nazionale. Ancora oggi in tanti credono che quei ragazzi là siano solo in trasferta.