FUNERALE DEGLI ATLETI ISRAELIANI UCCISI ALLE OLIMPIADI DI MONACO 1972
FUNERALE DEGLI ATLETI ISRAELIANI UCCISI ALLE OLIMPIADI DI MONACO 1972

Per le cronache di questo giornale, ho avuto il piacere e l’onore di raccontare ben tredici edizioni dei Giochi Olimpici, tra edizioni invernali ed estive. Eppure, debbo alla Olimpiade il senso di un lutto mai cancellato. Ero un bambino, quando la Fiaccola fece tappa a Monaco di Baviera. Per quella che sarebbe stata, tragicamente, l’oscena esaltazione della violenza sull’ideale palcoscenico della pace. E chi voleva testimoniare la bellezza dello sport fu costretto a confrontarsi con la bruttezza delle umane miserie. Correva l’anno 1972. Per la prima volta gli italiani potevano vedere l’Olimpiade a colori: la Rai aveva scelto quell’evento per la sperimentazione. La spedizione azzurra si affidava a giovani campioni destinati a lasciare un segno negli albi d’oro: da Pietro Mennea a Novella Calligaris, senza dimenticare i tuffi magici di Klaus Dibiasi. Fu orribile, tra tante emozioni agonistiche, il risveglio: cioè l’impatto con la realtà crudele del mondo. Un gruppo di militanti palestinesi aveva scelto proprio il teatro olimpico per rendere plateale il rifiuto dell’esistenza stessa dello Stato di Israele. Un commando assaltò la palazzina che ospitava gli atleti arrivati in Germania dallo Stato ebraico. Ragazzi e ragazze che credevano di aver coronato un sogno, mischiandosi alla meglio gioventù del pianeta, vennero trasformati in ostaggi. Per ore e ore, la Morte si sostituì alla Vita. E non ci fu scampo. Finì in una carneficina. Un massacro certo figlio della disorganizzazione della polizia tedesca: ma, più di tutto, a pesare e a imporsi in modo macabro fu il rifiuto assoluto della convivenza, fu la negazione di un sentimento di comune appartenenza. E fu l’epilogo, tristissimo e definitivo, di una antica illusione: non era vero che l’Olimpiade poteva rappresentare un’oasi di felicità. Ai tempi della Grecia antica, le guerre venivano interrotte, per le gare dei Giochi. Diventato moderno, l’uomo si scopriva meno civile. Meno rispettoso della sua anima. In breve: più cattivo. Il “Carlino” raccontò quella tragedia in maniera formidabile, tra edizioni straordinarie e testimonianze in presa diretta di chi si trovava sul posto.Tante volte mi sono chiesto come mi sarei comportato e cosa sarei riuscito a scrivere, se avessi avuto l’età per essere ai Giochi, in quel momento terribile del mese di settembre del 1972. Ma ringrazio di non esserci stato. Per una ragione molto semplice: il mondo, più della stessa Olimpiade, a Monaco perse l’innocenza. Per non ritrovarla mai più.