Nella storia d’Italia ci sono cinque date tragicamente indimenticabili che hanno attraversato due secoli. Sono scritte nella polvere, nelle macerie e nel dolore, ed ognuna di esse ci ha insegnato qualcosa in più dell’inevitabile convivenza con i terremoti che negli ultimi decenni hanno fatto registrare comunque altri eventi del genere. La terrà tremò a Messina alle 5,20 del 28 dicembre 1908, fece 100mila morti e fu l’evento sismico più drammatico della nostra storia. In 37 secondi di inferno il Mostro devastò Messina e Reggio Calabria, uccidendo metà della popolazione della città siciliana e un terzo di quella calabrese. Forse per la prima volta si scatenò una gara di solidarietà internazionale per portare i soccorsi; arrivarono le navi russe e inglesi, poi gli aiuti del presidente degli Stati Uniti Theodore Roosvelt e quelli del Kaiser Guglielmo II. I tedeschi e gli svizzeri eressero interi quartieri di casette prefabbricate. Nel secolo successivo questa soluzione farà litigare la politica per la scelta delle New town in Abruzzo nate col governo Berlusconi. Un bambino dallo sguardo terrorizzato, testimone oculare della tragedia, diventerà famoso molti anni dopo. Era Salvatore Quasimodo, futuro premio Nobel per la letteratura. Il 6 maggio 1976 toccò al Friuli. Alle 21 esatte, mentre l’Italia guardava la televisione ed era intenta nella cena, un movimento di magnitudo 6,4 della scala Richter per 59 infiniti secondi fece tremare case, montagne, strade. Morirono 989 persone e 3mila rimasero ferite. Genova, Artegna e tanti altri paesi furono distrutti con un replay in settembre, quando già la speranza aveva acceso la luce negli occhi della gente. Ci vollero dieci anni per rimettere in piedi il Friuli, che prima pensò alle aziende e poi alle case. Dopo questa tragedia l’Italia si interrogò a fondo su come organizzare una struttura che sapesse gestire meglio l’emergenza. Nacque così il primo nucleo della Protezione civile e contestualmente iniziò un lavoro organico, una raccolta sistematica di dati per poter consentire ai sismologi di studiare meglio questo fenomeno, di fronte al quale ancora oggi siamo impotenti. Il 26 settembre 2007 per gli abitanti della zona dell’Appennino umbro-marchigiano, da Nocera Umbra a Foligno, da Colfiorito a Serravalle di Chienti, da Assisi a Gualdo, quello fu il giorno che venne giù il cielo. Alle 2,33 della notte una scossa di magnitudo 5,8 con epicentro a Cesi diede il via al disastro infinito. Il tormento delle continue scosse estive fu l’anticamera di ciò che successe dopo. Morirono 11 persone, 100 rimasero ferite, 80mila fra case ed edifici storici rimasero danneggiati.Tutti abbiamo ancora negli occhi il crollo in diretta tv della basilica di San Francesco con le volte che precipitavano nello sfondo della polvere densa che danzava tragicamente in minacciose nuvole sovrapposte, come quella delle torri dell’11 settembre. Il danno al patrimonio artistico dell’intera area fu enorme. Il 6 aprile 2009 l’Apocalisse investì l’Aquila e l’Abruzzo. Preceduto da uno sciame di scosse nelle settimane precedenti e per no la sera prima anche in Romagna, il terremoto sbriciolò vite, edi ci e la storia millenaria dell’Aquila.Vennero giù come abbattute da una mano assassina le case di Onna, Paganica,Tempera,Villa Sant’Angelo. Magnitudo 6,3, registrarono nervosi i sismografi. Il bilancio fu di 309 morti, 1.600 feriti, danni per 10 miliardi. Forse più di tutti gli altri eventi il caso Abruzzo ha investito la società con le polemiche e i processi sulla prevedibilità del terremoto, per via delle scosse che già dal 2008 percorsero come un brivido continuo la conca aquilana. In ne l’Emilia Romagna, nel 2012. La terra alle 4,03 del mattino il 20 maggio si alzò (magnitudo 5,9) come devastata da qualcuno che spingeva là sotto nelle province di Modena, Ferrara, Bologna, in parte a Mantova, con replay il 29 alle 9 (magnitudo 5,8) del mattino. Le cronache dei giornali definirono l’inferno emiliano il terremoto dei capannoni, perché fra Modena e Ferrara vennero giù decine di aziende e fabbriche mettendo in ginocchio un’area fra le più produttive d’Italia. Persero la vita 28 persone, molte delle quali operai e tecnici che si trovavano al lavoro. Paesi come Cavezzo, nella Bassa modenese, vennero rasi al suolo per il 70%. I danni furono stimati in 18 miliardi e 19mila famiglie furono costrette a lasciare le proprie abitazioni, 13mila attività economiche furono danneggiate gravemente, soprattutto nella Bassa modenese, la culla del Biomedicale, un’area che da sola vale il 2% del prodotto interno lordo italiano. Cosa rimane di questo percorso fra cronaca e storia sulla scia della terra che trema? Qualche lezione l’abbiamo appresa ed è entrata a far parte del patrimonio della società. La solidarietà, per esempio. La prima raccolta di fondi, forse disordinata e caotica ma generosa, cominciò col disastro di Messina. Parteciparono e la sollecitarono anche il re Vittorio Emanuele II e la regina Elena e l’Italia, povera ma bella nel cuore, dei primi Novecento non si tirò indietro. L’impegno solidale oggi è più organizzato e diffuso. I giornali e internet sono navicelle spaziali che una volta non esistevano.“Il Resto del Carlino” e Mediaset insieme dopo il terremoto dell’Emilia, grazie alla generosità dei lettori sono riusciti a costruire una grande scuola a Sant’Agostino di Ferrara e due moderne case per anziani a Medolla e Mirandola. Una operazione che riuscì anche in Abruzzo, a Onna e a l’Aquila. Accanto alle macerie, al dolore ai morti dei terremoti non c’è mai pace. È il destino. Con i cantieri della ricostruzione che avanzano arrivano di solito anche le inchieste giudiziarie. C’è chi specula sui materiali, c’è la malavita organizzata che si infiltra con le ruspe, ci sono gli imprenditori che ridono al telefono pensando agli affari del dopo sisma. È successo in Abruzzo, è accaduto in Emilia. E anche questo ci ha insegnato che dietro le tragedie c’è sempre qualche caimano pronto ad approfittarne. Tante volte ci siamo chiesti: il terremoto si può prevedere? Esistono il calcolo delle probabilità, la storicizzazione degli eventi, i dati da elaborare. Ma i terremoti non si possono prevedere. Eppure nel vortice delle polemiche mai sopite, sette membri della Commissione grandi rischi finirono sotto processo dopo il terremoto dell’Aquila. “Omicidio plurimo e lesioni”, recitava il capo d’imputazione. In un balletto di inchieste, perizie, testimonianze e processi e condanne furono assolti definitivamente in Cassazione tranne uno. Forse nel brivido di quelle scosse che precedettero il disastro, la comunicazione scienti ca avrebbe potuto fare di più. Forse. Ma ciò non vuol dire prevedere i terremoti. La comunità ha imparato che l’unica cosa che possiamo fare è costruire gli edifici, pubblici e privati, aziende comprese, con criteri antisismici e in condizioni di sicurezza assoluta, senza speculazioni. Una lezione da non dimenticare.