Francesco Crispi
Francesco Crispi

I fasci siciliani dei lavoratori cominciarono a diffondersi nell’isola durante i primi governi Crispi, fra il 1887 e il ‘91. Ma solo con Giolitti, nel ‘93, dimostrarono tutta la loro capacità organizzativa e ribellistica contro il potere dei latifondisti e, soprattutto, contro i tributi più esosi. Ma Giolitti aveva i suoi metodi: voleva contenere, non reprimere. Poi era piemontese e conosceva poco la realtà del profondo sud ed egli, quando non conosceva, diveniva ancor più prudente e guardingo. Il movimento dilagò. Crispi, che nel novembre gli subentrò alla presidenza del Consiglio per la sua ultima stagione di governo, era all’opposto. Intanto era siciliano. Poi era un ex garibaldino che negli spiriti di ribellione dei suoi compaesani leggeva sempre intenti anti unitari, anche quando non c’erano. Infine, aveva una gran fiducia nell’efficacia dell’uso della forza. Agì di conseguenza. Per lui dietro i fasci c’era una trama internazionale rivoluzionaria ordita dai socialisti. Non pensava che ci fosse soprattutto la miseria e la rivolta contro il sopruso. Lo lascia bene intendere il commento che compare nella prima pagina del “Carlino” dell’8 gennaio 1894 quando lo stato d’assedio agli ordini del generale Morra di Lavriano è scattato da cinque giorni. Ammettiamo pure che ci sia una trama precostituita, suggerisce il commentatore, forse il direttore Amilcare Zamorani. Ma non sarebbe successo nulla se “le condizioni delle classi lavoratrici in Sicilia non fossero state tali da spingere per disperazione le masse ad accogliere i peggiori consigli”. “Disperazione”: ecco la vera origine di quei moti, dopo anni di crisi agraria che aveva ridotto i contadini alla fame. E rivolta contro un sopruso che aveva oltrepassato ogni limite. Lo fa ben comprendere il corrispondente da Palermo nella sua puntuale ricostruzione dei fatti di Marineo. Tempo addietro, scrive, “il consiglio comunale fu sciolto per irregolarità dell’amministrazione e lo spareggio rovinoso del bilancio”. Oggi diremmo per infiltrazioni di stampo mafioso e conseguenti ruberie. Per tutta risposta il commissario aveva aggravato il dazio sul bene primario per quella povera gente, la farina. Poi la giunta comunale ricostituita l’aveva ridotto, ma aggravando altri tributi. La rivolta fu spontanea, anche se i dirigenti dei fasci si adoperarono per placare gli animi. Fu tutto inutile. La truppa sparò sulla folla. Il cronista parla di dodici morti. In realtà, nei giorni successivi salirono a diciotto; cento in tutta la Sicilia. Un eccidio barbaro e ottuso.