Sette giugno millenovecentosessantaquattro, Roma stadio Olimpico, le cinque di una sera strangolata dal caldo e da un’afa assassina: due squadre, Inter e Bologna, si affrontano per lo scudetto in una partita secca, quasi un duello rusticano. O vinci o muori. L’ultimo atto del primo vero “giallo” del calcio italiano. Chi ha vissuto quei giorni non li può dimenticare, chi non li ha vissuti non li può neppure immaginare. Era già accaduto tutto, stavamo per leggere l’ultima pagina. Dietro le spalle ormai giorni avvelenati: dopo la ventitreesima giornata i rossoblu allenati da Bernardini, sconfitto per 2 a 1 il Milan a San Siro, si trovarono in completa solitudine in vetta alla classi ca. L’entusiasmo, l’allegria, la passione erano a mille in città: tutti parlavano del Bologna, tutti volevano andare allo stadio, tutti ripensavano ai gloriosi scudetti vinti prima della guerra. Questo stato d’animo venne raggelato due giorni dopo da un comunicato della Federcalcio: le analisi delle urine di cinque giocatori rossoblu erano risultate positive. Si cominciò a parlare di pesante punizione per la società e di radiazione per i presunti colpevoli. Bologna cadde nel più profondo sconforto, cui seguì una rabbia senza pari. I due quotidiani bolognesi: “Stadio”, con il caporedattore Bardelli, e “il Resto del Carlino” con il mitico Severo Boschi e la sua banda di giovani “apprendisti”, di cui anch’io facevo parte, attaccano con parole durissime questo verdetto e armano la speranza che si tratti di qualcosa di losco. Intanto tre avvocati bolognesi chiamano in causa la magistratura ordinaria. La controprova con l’esame dei secondi aconi, conservati no ad allora a Coverciano in un luogo di facile accesso e non sigillato, scopre che una “manina” ha sporcato con anfetamine il liquido dei giocatori ma in una tale quantità che avrebbe ucciso un cavallo. Cade così l’accusa e Bologna torna a sperare. Nel frattempo cambia l’avversario, al posto del Milan si fa sotto l’Inter di Angelo Moratti e del temibile Helenio Herrera che, vincendo a Milano contro i rossoblu, si propone per la possibile vittoria dello scudetto. Il campionato finisce a pari punti e si va quindi allo spareggio. Quattro giorni prima di quell’incontro decisivo, colto da una crisi di cuore, il presidentissimo (trentaquattro anni di “regno”) del Bologna, Renato Dall’Ara, muore a Milano durante un’accesa discussione con Moratti. Troppe e troppo forti erano state le emozioni di quei giorni. Dunque anche il destino ci è contro. Inter e Bologna, quindi, si trovano di fronte per giocarsi in una partita secca, come dicevamo, il titolo del 1963/1964. Ma l’ultima, fondamentale mossa è di Fulvio Bernardini, il sagace allenatore rossoblu che, essendo Pascutti infortunato, lo sostituisce invece che col pari ruolo Renna, col terzino Capra schierato all’ala sinistra per difendere meglio la catena di gioco nerazzurro che solitamente si sviluppava da Facchetti a Corso. A Bologna, intanto, il tempo si era fermato: strade vuote in un silenzio sospeso e orecchie tese alla voce del radiocronista che rimbalzava di casa in casa, dalle finestre aperte per il grande caldo. Improvvisamente, ad un quarto d’ora dal termine, un urlo, sparato da migliaia di bocche, dà la grande notizia: il Bologna ha segnato con un gol di Fogli subito seguito da un altro di Nielsen. Due a zero, il Bologna è campione d’Italia. E la festa pazza comincia a Roma come a Bologna, quei ragazzi avevano vinto contro tutto e contro tutti.