L'arrivo a Bari della nave Vlora carica di profughi albanesi nell'agosto 1991

Lo svegliò una telefonata della Capitaneria di porto, alle 6 del mattino. Non si può dire che facesse già caldo a Bari, anche se l’estate era al culmine e di lì a poco il termometro avrebbe preso a salire. Enrico Dalfino, professore di Diritto Amministrativo, era anche il sindaco della città. In quel momento, l’8 Agosto 1991, era anche l’unica autorità al suo posto, operativa. Erano tutti in vacanza: il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo non si riusciva a rintracciare. Al porto stava accadendo qualcosa di mai visto prima di allora. La nave mercantile Vlora, costruita nei cantieri di Ancona, ma battente bandiera albanese, stava approdando con un carico assolutamente straordinario, dopo essere stata respinta dal porto di Brindisi: almeno ventimila persone. L’immagine che si offrì agli occhi del sindaco Dalfino aveva i connotati dell’esodo biblico. Il giorno precedente Vlora, di ritorno da Cuba con un carico di zucchero, durante le operazioni di sbarco a Durazzo fu presa d’assalto dalla folla che vedeva nell’Italia la terra promessa. Da circa un anno la Germania era tornata unita, il Muro di Berlino abbattuto (1989), l’Europa della geopolitica aveva ridisegnato velocemente la propria mappa, la stessa dittatura in Albania vacillava paurosamente. Il nostro Paese era da qualche tempo meta degli sbarchi di profughi che attraversavano l’Adriatico in cerca di quella vita che vedevano riflessa dalle parabole della tivù satellitare. Ma uno sbarco così gigantesco era qualcosa di inaudito. “Sono persone, persone disperate” telefonò commosso e al tempo stesso preoccupato il sindaco alla moglie Anna, dopo essere andato a sincerarsi di cosa stesse accadendo,“Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza”. Dal Basso Adriatico al Mediterraneo, attraverso i confini terrestri del Carso, ma non solo, ogni giorno decine e decine di persone disperate, spesso in fuga da guerre, carestie e miseria, approdano in Italia che, per posizione geografica, rappresenta a tutti gli effetti la porta dell’Occidente. Sono cinque milioni gli immigrati regolari nel nostro Paese, su una popolazione di 60, e 2,2 milioni hanno un lavoro. E proprio una porta, sugli scogli di Lampedusa, rappresenta il monumento eretto per ricordare il varco per l’Europa, ma anche che la contabilità della speranza purtroppo sconta molto spesso tributi inaccettabili.Vittime del mare. Una ecatombe.Torna in mente la prima grande tragedia, i 300 morti di Porto Palo, la notte di Natale 1996, ma è un lo di sangue che non si spezza, legandosi alla strage dell’Aprile 2015, quasi vent’anni più tardi, pagata col prezzo più caro da un numero di esseri umani, uomini, donne e bambini, stimato tra le 700 e le 900 unità. L’anno nero che ha trasformato il Mediterraneo in uno sterminato cimitero è stato senza dubbio il 2011, con i suoi 1800 morti, 150 al mese, corpi e speranze inghiottite dai flutti, custoditi in sarcofaghi di legno in fondo al mare, malridotte imbarcazioni trasformate in tombe per sepolture collettive. Una tragedia fuori dal tempo che si consuma sotto i nostri occhi, alimenta pulsioni xenofobe, spacca la politica sia in Italia, sia in Europa, af dando sempre la parte del più debole ai disperati in fuga dalle guerre dell’Est, da Afghanistan, Pakistan e Sri Lanka, o dalle rivoluzioni incompiute, se non fallite, dei vari Sud del mondo, Libia, Siria,Tunisia, dall’immenso polmone saturo di sangue e miseria nera denominato Africa subsahariana, in cui l’aspettativa di vita, quando va bene, sfiora i 40 anni.