il Resto del Carlino

Un anno nero, il peggiore che Parigi abbia mai vissuto: colpita al cuore da una serie di attentati che hanno provocato il più alto numero di morti e di feriti dal Dopoguerra, la Francia non potrà mai dimenticare il 2015. Nemmeno gli avvenimenti della guerra d’Algeria, le bombe e le sparatorie che insanguinarono la capitale alla fine degli anni Cinquanta, ebbero le stesse conseguenze sulla vita dei cittadini. La necessità di proclamare uno stato d’emergenza destinato a durare almeno 3 mesi - e che probabilmente si prolungherà per altri tre - ha condotto la Francia a modificare la Costituzione: per la prima volta nella sua storia repubblicana la patria dei diritti dell’uomo ha dovuto accettare, pur fra polemiche roventi, di rivedere le regole della convivenza sociale, rendendole più repressive. Incominciato malissimo, il 2015 è finito andando oltre le ipotesi più catastrofiche. Il 7 gennaio verso le 11 e 30 del mattino i fratelli Chérif e Said Kouachi fanno irruzione armati di mitra e bombe a mano nella sede del settimanale “Charlie Hebdo”, salgono le scale che portano al primo piano, spalancano la porta della stanza in cui è in corso la conferenza di redazione e sparano a raffica prendendo di mira tutti i presenti. Undici persone cadono sotto i colpi: fra queste i disegnatori più famosi di Francia, da Charb a Cabu, da Wolinski a Tignous, oltre alla psicanalista Elsa Cayat, e all’economista Bernard Maris. Una dodicesima vittima, un poliziotto, viene assassinato dai terroristi in fuga in boulevard Richard-Lenoir. Il giorno successivo, 8 gennaio, un complice dei fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly, uccide a Montrouge una guardia municipale, Clarissa Jean-Philippe, e prende d’assalto un supermercato kosher alla Porte de Vincennes: quattro delle persone prese in ostaggio vengono selvaggiamente assassinate. La Francia è in ginocchio: per l’opinione pubblica azioni di questa violenza non erano neanche immaginabili. Dieci mesi più tardi, il 13 novembre, lo scenario d’orrore viene moltiplicato per 100: se gli attentati del 7 e 8 gennaio avevano provocato 17 morti, quelli di novembre si chiuderanno con un bilancio di 130 morti e quasi 500 feriti. Una escalation che lascia senza fiato. Le 90 vittime fulminate all’interno del teatro Bataclan - dove 1500 spettatori assistevano ad un concerto del gruppo rock americano “Eagles of Death Metal” - e le altre 40 persone uccise a colpi di mitra mentre erano sedute nei bar e nei bistrots del 10° e 11° arrondissement (non lontano dalla sede di “Charlie Hebdo”), costituiscono l’inizio di un viaggio nel buio che i servizi di sicurezza e i capi dell’antiterrorismo non avevano saputo prevedere. Niente sarà più come prima dopo questo “atto di guerra”, come l’ha definito il presidente Hollande, che costringe ad una seria riflessione su come individuare le cellule jihadiste, come isolarle, come annientarle senza violentare i principi libertari. “Per vincere i terroristi islamici occorrono chiarezza, unità e fermezza. Si dice tanto che l’Europa è in crisi di identità, che ha bisogno di un nuovo progetto. Bene, eccolo il nuovo progetto: essere europei significa affrontare insieme la barbarie, difendere i nostri valori e il nostro modo di vivere”, dice il politologo Dominique Moisi. “Per ‘Charlie Hebdo’ si trattava di attacchi individuali, attuati da terroristi non coordinati fra loro. Qui ci troviamo invece davanti ad azioni organizzate, preparate e dirette con una regia precisa. Bisogna colpire con la massima energia”, aggiunge Roland Jacquard, presidente dell’Osservatorio Internazionale del terrorismo e consulente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La repressione, dunque. E al tempo stesso la difesa dei valori occidentali. È fra queste due posizioni che bisognerà individuare una strategia che permetta a tutti - la Francia in prima fila, ma anche la Gran Bretagna, la Germania, l’Italia e via dicendo - di combattere le battaglie future.