Del Pantani che nel 1998 ha vinto Giro e Tour nel breve volgere di un paio di mesi, si erano visti i segnali già quattro anni prima, sulle strade rosa: vinta la sua prima tappa in carriera con una fuga solitaria a Merano, il ragazzo venuto dal mare per dominare le montagne concesse l’immediato bis il giorno successivo, staccando su Mortirolo e Aprica sua maestà Indurain e issandosi sul podio. Nell’occasione, non colpì il valore dell’impresa, ma la determinazione del futuro campione: “ci riprovo subito”, fece sapere dopo il primo successo e così fu. Andare a segno dopo essersi annunciati è una qualità che appartiene ai fuoriclasse: a Pantani non servivano le parole, ma gesti semplici. Quando in montagna si liberava del cappellino e degli occhiali, era il segnale: la gente sapeva che di lì a poco sarebbe decollato. Per vincere il Giro, si spinse anche più in là: dovette liberarsi persino del brillantino che portava sull’orecchio. Così in Italia come al Tour, dove si fece amare perché in salita non si risparmiava mai: chi fa spettacolo ha sempre un posto nel cuore della gente. Pantani anche di più, perché domava le salite dopo aver battuto la sfortuna: collezionista di ossa rotte fin dalle giovanili, si rialzò da un incidente assurdo, perché si schiantò contro una jeep che viaggiava contromano in una corsa. A sentire i medici, sarebbe stato già abbastanza riprendere a camminare normalmente: tornò ciclista. Di tutte le vittorie, comprese Giro e Tour nello stesso anno, la migliore. Del Pantani che nel 2004 venne trovato senza vita in un residence di Rimini, nel giorno dedicato agli innamorati, si erano visti i segnali già cinque anni prima, sempre sulle strade rosa: fermato a Madonna di Campiglio alla fine di un Giro già in cassaforte, con i valori del sangue fuori norma, il campione atteso sulle salite mitiche iniziò una discesa purtroppo senza fine. All’uomo che si batteva per dimostrare l’ingiustizia subita si affiancò presto il ragazzo che si abbandonava alle proprie debolezze, su tutte quella che l’avrebbe portato al tragico epilogo della sua vita: la cocaina. Di quel Pantani, che il suo entourage incoraggiava a tornare in bici senza capire che prima di tutto a guarire doveva esser la persona, si sono viste tracce fino al Giro del 2003: da lì è iniziata una lunga e inutile odissea finale, fra ricoveri in clinica, consulti con centri di recupero ed esperti di settore, improvvise sparizioni e viaggi a Cuba. Come se il campione che scappava da tutti in bici volesse fuggire dal vortice in cui era finito: per trovare quella pace che, purtroppo, nemmeno dentro una tomba è ancora riuscito ad avere.