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La notizia che il 29 giugno 1914 occupa per intero la prima pagina del giornale è l’attentato di Sarajevo a Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero d’Austria- Ungheria, da parte di Gavrilo Princip (studente nazionalista serbo). La sensazione è quella di un evento di enorme portata e “le conseguenze non possono assolutamente essere calcolate né oggi né domani”. L’attentato non può, da solo, spiegare la serie di eventi a cui dà il via, sino ad arrivare allo scoppio della Prima guerra mondiale che consegnerà un mondo dal volto nuovo. La Grande Guerra, infatti, produrrà mutamenti di vastissima portata sul piano politico, economico, sociale e culturale. Pure, non potrà mancare di lasciare un segno sul piano intimo e profondo delle coscienze individuali. Il 1914 è, dunque, un punto di non ritorno della nostra storia. Lo scoppio della guerra è solo apparentemente un “fulmine a ciel sereno” nell’orizzonte, anch’esso solo superficialmente spensierato e ottimista, della Belle Époque. Se, da un lato, le contraddizioni tra lo stile di vita dei protagonisti dell’“epoca bella” e quello delle classi subalterne sono stridenti (e alimentano un innalzamento della conflittualità sociale), dall’altro, sul piano politico, il panorama è tutt’altro che rassicurante. Le rivalità e le tensioni tra Stati, le difficoltà in cui versano gli Imperi austro-ungarico e ottomano e gli “appetiti” che, attorno ad essi, si muovono, lo spirito nazionalistico con cui vengono interpretati i rapporti tra le potenze e le esigenze economiche delle varie nazioni sono un humus costruito negli anni, un terreno fertile per la nuova guerra. I vincoli di alleanza (Triplice alleanza: Italia, Germania,Austria-Ungheria e Triplice Intesa: Gran Bretagna, Francia, Russia), che si erano instaurati tra gli Stati, inoltre, costituiscono un pericoloso meccanismo e una polarizzazione di forze tale da coinvolgere in una eventuale guerra più potenze, in maniera più o meno automatica. L’attentato a Francesco Ferdinando, secondo una metafora spesso utilizzata, è una scintilla che, probabilmente, avrebbe altri effetti, se non si trovasse ad esplodere in una polveriera: la polveriera c’è e non aspetta altro che tale scintilla. L’attentato non può trovare una soluzione diplomatica né dar vita ad un circoscritto nuovo conflitto balcanico: è l’inizio di una guerra che si pone subito come europea per diventare, ben presto, mondiale. I fatti si susseguono veloci: il governo austriaco presenta un ultimatum alla Serbia (23 luglio) la quale, pur accogliendo alcune richieste, ne respinge altre che considera lesive della propria sovranità. L’Austria dichiara guerra alla Serbia (28 luglio) e, a tale dichiarazione, l’Impero zarista, principale alleato della Serbia, mobilita le truppe. Il governo tedesco chiede alla Russia di annullare 

la mobilitazione e invia un ultimatum alla Francia, principale alleato della Russia, chiedendone la neutralità in caso di guerra. La risposta della Russia è negativa, quella della Francia esitante. Il 3 agosto la Germania prende, allora, l’iniziativa e dichiara guerra alla Francia inseguendo il piano di una “guerra lampo”: colpire la Francia con un rapido attacco a sorpresa (che implica la violazione della neutralità del Belgio) per poi volgere tutte le sue forze verso la Russia, paese a mobilitazione più lenta. La violazione della neutralità belga fa rompere gli indugi alla Gran Bretagna che dichiara guerra alla Germania (4 agosto). Nel giro di pochi mesi il con itto si amplia con nuove dichiarazioni. Intanto, in Europa, sul fiume Marna, l’esercito francese, coadiuvato da un corpo di spedizione britannico, con un disperato sforzo riesce ad arrestare il nemico e costringerlo a ripiegare verso il fiume Aisne (12 settembre) mentre, sul fronte orientale, inaspettatamente, la Russia è riuscita a mobilitarsi in tempi assai rapidi. L’idea della “guerra lampo” lascia il posto alla realtà di una logorante guerra di posizione.