Lo chef Bruno Barbieri
Lo chef Bruno Barbieri

Bologna, 7 aprile 2015 - «PER ME il Resto del Carlino era come il pane, tutti i giorni sul tavolo della cucina: lo copriva quasi per intero come fosse una tovaglia, tanto erano grandi i fogli delle pagine. Lo si sfogliava per divorarlo avidamente e, se ti ci appoggiavi sopra per leggerlo in relax, i gomiti si sporcavano d’inchiostro. Un momento irrinunciabile, un po’ come sognare: per tutti in famiglia era come aprire una finestra sul mondo». Bruno Barbieri, lo chef più stellato d’Italia a pari merito con Gualtiero Marchesi, giovedì sarà il direttore per un giorno del quotidiano che ha accompagnato anche la sua adolescenza. Oggi, dopo aver attraversato il mondo in lungo in largo, ricorda quegli anni. Un periodo che l’ha formato fino a farlo a diventare prima un grande cuoco e oggi anche un personaggio ammirato come una rockstar. La San Vitale, che dal paese dove è cresciuto porta fino a Bologna, è stata la strada che ha accompagnato i suoi primi viaggi e proprio alle porte della città, lungo il tracciato dell’antica via romana, sorge dal 1974 la sede del quotidiano.

Cosa ricorda di quegli anni Settanta?

«In primo luogo i viaggi in corriera. Ogni mattina salivo sul torpedone della Veneta alle 6,50 insieme con tutti i ragazzi che frequentavano le scuole superiori a Bologna. Io andavo all’Alberghiero e scendevo alla fermata di via San Vitale lungo i viali. Ogni giorno passavo davanti al palazzo bianco che poco dopo Villanova spiccava per la sua originale modernità, una sorta di luogo inarrivabile dove si stampava il giornale che i miei genitori compravano ogni giorno, ieri come oggi».

Un punto di riferimento nella sua geografia di ragazzino...

«Certo, lo è sempre stato. Quando la sera non c’erano le corriere e capitava che io lavorassi in qualche ristorante finendo tardi, prendevo l’autobus e proprio davanti al Carlino mi fermavo per fare l’autostop. Oggi può sembrare una cosa strana, all’epoca tanti ragazzi lo facevano».

E quando ha visto per la prima volta il suo nome sul giornale?

«A metà degli anni Ottanta, quando al Trigabolo di Argenta conquistai la prima stella Michelin. Ho sempre archiviato gli articoli di giornale e a casa conservo una valigia di ritagli. Quelli ai quali sono più legato vengono dal giornale della mia città. Molti amici, carichi di ammirazione, mi fermavano per strada dicendo di aver letto l’articolo sul Carlino. Erano le prime grandi soddisfazioni dopo tanti sacrifici. Devo dire che il Resto del Carlino si è sempre occupato di cucina, non solo negli ultimi anni da quando è diventata una moda. Un merito che è importante riconoscere e sottolineare».

Dopo gli anni dorati dell’infanzia e dell’adolescenza ha affrontato prove difficili?

«Oggi la vita di noi chef sembra dorata, in realtà per arrivare in alto ho affrontato tante prove, da quando a diciassette anni sono partito per New York dove mi sono imbarcato per lavorare nelle cucine delle navi da crociera passando poi nel corso degli anni attraverso ristoranti aperti e lanciati un po’ ovunque, da Brisighella a Londra».

Fino alla consacrazione sul piccolo schermo che l’ha reso un personaggio conosciuto anche dal grande pubblico...

«Certo, la televisione ha cambiato molte cose, ma la mia forza è quella di essere rimasto quello che ero, il ragazzino che si svegliava alle sei e mezza della mattina per andare a scuola a Bologna e che sulla tavola della cucina sfogliava il giornale per leggere le notizie. Partendo dalle pagine sportive, quelle che raccontavano delle imprese di Savoldi e degli altri campioni che hanno accompagnato la mia infanzia. Bianco come uno chef, rossoblù nel cuore. Sempre e comunque».

di Ugo Cennamo

 

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