Re Umberto II lascia l'Italia dopo il referendum
Re Umberto II lascia l'Italia dopo il referendum

Bologna, 2 giugno 2015 - Il 2 giugno 1946 l’Italia entrava nella storia degli stati moderni. Quel giorno, dopo il parlamentarismo affaristico postunitario, dopo due guerre spaventose, dopo la dittatura, dopo la Resistenza e la liberazione dal nazismo e dal fascismo, gli italiani votavano contemporaneamente per scegliere tra Monarchia e Repubblica e per eleggere i membri dell’assemblea che avrebbe dovuto redigere la Costituzione. Prevalse la Repubblica, ma la presenza di circa 1 milione e mezzo di voti nulli accese lunghe e ripetute contestazioni da parte dei sostenitori dei Savoia. Pietro Scoppola, studioso principe di quella fase, scrisse che la Costituzione repubblicana «ha dato forma giuridica e ha consacrato sentimenti e speranze radicate nel popolo». Ma va pur detto che mentre il nord più industrializzato ed economicamente intraprendente, diede il 66,2 dei suffragi alla Repubblica, al sud agricolo e povero la corona ottenne un 63,8. Due Italie, vecchia questione ancora aperta. Mentre le grandi città come Milano e Torino scelsero di larga misura la Repubblica, fa specie il risultato di Bologna, assai più stretto: 880463 Repubblica, 793861 Monarchia. Con l’entrata in vigore della Carta costituzionale, il 1° gennaio 1948, il processo si compiva. Era il successo della politica, oggi perduta, come arte del bene comune. Vittorio Foa, sindacalista, parlamentare, uno dei costituenti, ricordava: «Adesso si scandalizzano se vedono volare pugni. Ma anche allora succedevano queste cose: però il pomeriggio, tutti insieme, facevamo la Costituzione». E poiché ogni anniversario vale solo se incide ancora nella vita di una collettività, la Festa della Repubblica di dopo domani conta perché ci parla di una coesione vissuta e diffusa. Nel catalogo della mostra organizzata a Palazzo Caprara dal prefetto di Bologna Angelo Tranfaglia nel 2013 sulla nascita della Repubblica–, lo storico Luca Alessandrini scriveva: «La data del 2 giugno... racconta una storia di grandi passioni, ma anche una storia di grande capacità di confronto e di mediazione politica. Quest’ultimo termine, mediazione, nei decenni recenti ha finito per assumere il significato poco edificante di basso compromesso. Tuttavia esiste un passato nel quale è stato nobile a alto processo politico, perché capace di costruire dialogo tra diversi, nel riconoscimento reciproco, per scopi alti e di ampio respiro». Se non ne siamo più all’altezza, gli sbalestrati siamo noi o i tempi che stiamo fabbricando?

Non fu una rilassante passeggiata accademica, e neanche l’impresa d’un giorno. E a chi obiettasse che non poteva che essere così, poiché la creazione di uno stato è sempre un processo complicatissimo, bisognerà ricordare – viviamo tempi di gaudiosa smemoratezza – che per l’Italia tutto, se possibile, risultò più arduo e delicato del solito, solo che si guardi ai molti decenni che stanno dietro all’esito del referendum popolare su Repubblica o Monarchia: due guerre mal vinte o penosamente perdute, il dissesto economico, il fascismo, la Repubblica di Salò, la Resistenza, le complicità della corona con Mussolini, la lotta partigiana, un cruento scontro civile. Questo c’è dietro. Molte macerie, molto coraggio da parte di chi non aveva chiuso gli occhi di fronte allo sfacelo. Così, quando il 6 giugno 1946, pochi giorni dopo la consultazione del 2 e 3 giugno, il ‘Giornale dell’Emilia’ – il nome ‘Carlino’ sarebbe ritornato solo il 4 novembre del ’53 – annuncia a piene colonne ‘E’ nata la Repubblica italiana’ (guarda), nell’editoriale del direttore Tullio Giordana, un liberale con esperienze di militanza in montagna che d’abitudine firmava con il solo cognome, si legge così, con un tono di alta idealità: «Cancellata come grande potenza, ridotta quasi ad una civiltà primordiale, l’Italia si risolleva scrollando da sé tutte le rovine, quelle materiali e quelle ideologiche, tutto il resto del passato con una potente aspirazione a farsi un volto nuovo, un aspetto nuovo con fermenti democratici estremamente attivi, con grandi partiti di massa bene oganizzati che mettono sulla scena come protagonista del lavoro». Il quadro è completo nella sintesi giornalistica. E tutta quella pagina, a cominciare dal titolo del direttore (‘Concordia ritrovata’) è punteggiata di termini quali solidarietà nazionale, accordo, calma e disciplina (nell’edizione straordinaria dell’‘Unità’), tranquillità, serenità. Voglia di un altro futuro. Più inviti e speranze che registrazioni cronistiche di una situazione che, prima e dopo il referendum, fu scottante. I 9 giovani monarchici che in via Medina, a Napoli – dove la Monarchia aveva avuto l’83% dei consensi –, furono uccisi dal fuoco di un’autoblindo della polizia intervenuta per reprimere le manifestazioni di protesta contro la Repubblica scatenate dal 9 all’11 giugno, sono una spia di quanto quel passaggio sia stato cruciale. 
E qui, come in certi romanzi storici avvincenti come quelli inventati (anzi, di più) serve un piccolo passo indietro. L’unità nazionale sancita nel 1861, su un terreno reso accidentato dai contrasti con il papato e dall’insorgenza del Meridione, era stata raggiunta ponendo tra parentesi il problema della forma dello stato. Era necessario raccogliere i mattoni, e solo dopo tentare la costruzione dell’edificio. Si affrontarono tra loro il repubblicanesmo di Mazzini, il federalismo di Cattaneo, il neoguelfismo di Gioberti (l’Italia unificata sotto il papato). Ma le manovre diplomatiche di Cavour – e il fatto che lo stesso Garibaldi, dopo la spedizione dei Mille, consegnasse i territori conquistati nelle mani del re Vittorio Emanuele II di Savoia – mantennero fuori dalla scena la questione istituzionale. Ciò che contava, per il Risorgimento, erano la libertà e la coscienza nazionale e un’accettabile democrazia. Allo scoppio della Grande Guerra (1914) eravamo governati da «un re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione», sulla base dello Statuto Albertino del 1848.

E adesso saltiamo in avanti, a quando dopo l’8 settembre 1943 si sfalda la ‘regia potestas’, mezza Italia, da Roma in su, sotto la Repubblica Sociale, ultima, spaventosa avventura del Duce, e l’altra mezza, con la fuga del re a Brindisi, ormai dimezzato dalle limitazioni alle sue prerogative imposte dall’armistizio di Cassibile firmato con gli alleati. In fondo, a ben vedere, la sconfitta della Monarchia, la sua perdita di autorevolezza e di credibilità in particolare presso le potenze straniere, risiedono qui, in questo vuoto di potere così lontano dall’interesse nazionale, prima ancora che nei risultati del referendum. E per fortuna che i partiti – i progenitori nobili di quelli impresentabili saltati in aria con Mani Pulite –, ricostituitisi dopo essere stati banditi e uniti nel Comitato di Liberazione Nazionale, furono all’altezza, entrando tutti – giugno 1944 – nel governo nominato dai Savoia, presidente Ivanoe Bonomi. Di lì a poco, in accordo con la Corona, si stabilì che a guerra finita sarebbe stata convocata un’Assemblea Costituente incaricata di dare una Costituzione al nuovo stato, quale che fosse, e di risolvere gli altri quesiti istituzionali. Ma solo con il Decreto Luogotenenziale n. 98 del 16 marzo del 1946 si decise che sarebbe stato il popolo (per la prima volta a suffragio universale, incluse le donne) a decidere tra Repubblica e Monarchia. Un gesto di «umiltà democratica», come lo definì il leader repubblicano Ugo La Malfa, fortemente voluto da Alcide De Gasperi, preoccupato di eventuali spaccature nella Democrazia Cristiana sull’opzione repubblicana. 

Ora, dopo la primavera del ’46, c’è fretta nei vincitori – 12.672.767 voti per la Repubbica contro 10.688.905 per la Monarchia – e c’è al contrario (sembra, ahimè, una brutta pagina di qualche recente tornata elettorale) la sequela delle accuse di brogli e manomissioni lanciate dagli irriducibili della Corona. Il 10 giugno 1946, nella Sala della Lupa di Montecitorio «illuminata con riflettori per la ripresa cinematografica» (‘Carlino’ dell’11 giugno), la Cassazione proclama solennemente il risultato. Ancora polemiche per l’eccessiva rapidità. Il 18 giugno, calcolati e ricalcolati i suffragi, 
la vittoria è confermata. E’ l’ultimo tornante: nella notte fra il 12 e il 13 De Gasperi viene nominato presidente del consiglio; il 13, intanto, l’erede Umberto II parte da Ciampino per Cascais, Portogallo, denunciando la natura rivoluzionaria del nuovo gabinetto e affermando che «la Monarchia non è un partito», ma «un istituto mistico, irrazionale». La realtà è abissalmente distante da queste parole. 

Finalmente, l’Assemblea Costituente (556 membri eletti nel giorno stesso del referendum, con un’altra scheda) inizia i suoi lavori il 25 giugno del 1946, per concluderli il 31 gennaio ’48. Già il 22 dicembre del 1947 la Carta Costituzionale è approvata a larga maggioranza (ma non all’unanimità; si aprivano le prime crepe fra le formazioni antifasciste) e il capo provvisorio dello stato, Enrico De Nicola, la promulga il giorno 27. Siamo all’alba del ’48, un altro anno decisivo, che si proietta verso il 18 aprile, data delle elezioni politiche che vedono il successo schiacciante della Democrazia Cristiana sul fronte popolare delle sinistre unite. Ma l’architettura dello stato è stata tracciata, con robustezza, gli spazi della nuova Carta orientano, specie nei principi generali, il percorso dei diritti, dei doveri, dell’istruzione, della salute pubblica, della tutela del paesaggio, dei rapporti corretti tra le varie cariche. Come scrisse dieci anni dopo Giovanni Spadolini, allora direttore del rinato ‘Carlino’, «da quel fondamento la Repubblica non potrà prescindere neppure nei prossimi anni». Una previsione e un monito per chi maneggia quegli articoli, ovviamente aggiornabili, come un pacco di scartoffie, da sacrificare in nome di non si sa che nuovismo. Ignorando un giudizio del costituzionalista Michele Ainis: «Se mettessimo a confronto la Costituzione timbrata nel 1947 e quella sfigurata da 15 restyling difficilmente premieremmo la seconda».