Una giovanissima Nilde Iotti con Palmiro Togliatti
Una giovanissima Nilde Iotti con Palmiro Togliatti

Bologna, 14 giugno 2015 - Non fu una congrega di vecchi, di annosi professionisti della politica (due definizioni, peraltro, di cui non si scorge la negatività). Ma siccome scorrono tempi di sragionato, spensierato oblio in politica e fuori, si può rievocare l’attività dell’Assemblea Costituente anche lavorando sull’età dei protagonisti. E allora si constaterebbe che tra i 556 costituenti, la schiera dei trenta quarantenni contava una folta platea di nomi divenuti poi primattori della scena pubblica. Angelo Salizzoni aveva 39 anni, Andreotti 27, Fanfani 38, Moro 30, la Iotti 26, la Malfa 43, Dozza 45, Lelio Basso 43, La Pira 42, Dossetti 33, Negarville 41. De Gasperi e Togliatti, loro stavano tra i 65 e i 55, e a parte Croce (classe 1866) anche Terracini e Pertini, due leader dell’antifascismo avevano rispettivamente 51 e 50 anni. Nessun conflitto generazionale, dunque, ma un’unità d’intenti e di impegno non ostacolata da insormontabili differenze d’età. Come ricordava Vittorio Foa, parlamentare, sindacalista, saggista, critico severo del Pci, entrato nella Costituente tra i ranghi degli azionisti: «Adesso si scandalizzano se vedono volare pugni. Ma anche allora succedevano queste cose: però il pomeriggio, tutti insieme, facevamo la Costituzione». Da quella Carta nacque davvero e definitivamente la Repubblica, una società senza Stato secondo i critici più arcigni, senza un’adeguata struttura istituzionale. Ma come ha scritto lo storico Luca Alessandrini: «La data del 2 giugno... racconta una storia di grandi passioni, ma anche una storia di grande capacità di confronto e di mediazione politica. Quest’ultimo termine, mediazione, nei decenni recenti ha finito per assumere il significasto poco edificante di basso compromesso. Tuttavia esiste un passato nel quale è stato nobile e alto processo politico, perché capace di costruire dialogo tra diversi, nel riconoscimento reciproco, per scopi alti e di ampio respiro».
Se non siamo più all’altezza di tutto ciò, o se la rotta che i costituenti giovani e meno giovani tentarono insieme di tracciare non ci convince più, gli sbalestrati siamo noi o i tempi che stiamo fabbricando e consegnando al futuro?

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Bisognava fare presto. Rimboccarsi le maniche, e via. Dopo la fine della guerra, dopo la liberazione dal fascismo e dal nazismo, dopo il ritorno dei partiti messi al bando, dopo il referendum del 2 giugno 1946, era indispensabile far uscire il neonato stato repubblicano dalla precarietà. Dal regime provvisorio. E non vi è stato democratico che non si regga sulla Magna Charta delle leggi, sulla legge che fonda ogni altra legge, la Costituzione. Bisognava fare presto, sul piano interno – l’economia postbellica in maceria, il rischio di sovvertimenti sociali – e su quello internazionale, inserendo l’Italia, dopo gli sbandamenti figli dell’8 settembre, nel concerto delle nazioni ‘vittoriose’. Ci voleva, e presto, una Costituzione che prendesse il posto dello Statuto Albertino concesso, dai Savoia, fin dal 1848. Così, i 556 membri dell’Assemblea Costituente eletti in concomitanza con il voto referendario – la prima volta del suffragio universale, ricordiamolo – si riuniscono per la prima volta solo 23 giorni dopo, sotto la presidenza del socialista Giuseppe Saragat. Tenete conto, per piacere, di qualcuna di queste cifre, e confrontatela con i tempi straziantemente inconcludenti dell’attuale vita parlamentare. Il 15 luglio viene designata la Commissione per la Costituzione – quella cosiddetta dei 75, poi suddivisa in alcune sottocommissioni –, incaricata di stendere il piano generale della Carta. Secondo le previsioni i lavori sarebbero dovuti durare 8 mesi, ma attraverso una doppia proroga il termine fu spostato al 31 dicembre 1947. Con qualche giorno di anticipo, il 22, l’assemblea, ora presieduta dal comunista Umberto Terracini, approvava a scrutinio segreto il testo definitivo. Come racconta il ‘Giornale dell’Emilia’ (cioè il ‘Carlino’) del 23 dicembre 1947 (GUARDA), sono le 18.30 del 22 dicembre quando Terracini proclama l’approvazione della Costituzione repubbicana, tra gli squilli a distesa del campanone di Montecitorio e l’ingresso in sala di gruppi di garibaldini che intonano l’Inno di Mameli. Il capo provvisorio dello stato, Enrico De Nicola, la promulga il 27 dicembre, il 1° gennaio 1948 la Carta entra in vigore. Ma questa piccola seriazione numerica ci regala molto di più di qualche dettaglio curioso. Ci dice, soprattutto, come ricordava Paolo Rossi, costituente e presidente della Corte Costituzionale negli anni ’70, che «le commissioni lavorarono con grandissimo impegno... regnava una sincera volontà di fare bene». Nel concreto, la Costituente lavorò, giorno più giorno meno, per 18 mesi, licenziando i 134 articoli della Carta a un ritmo di 7,3 articoli e spiccioli ogni 30 giorni, feste incluse. Un ritmo che, un settantennio dopo, non siamo nemmeno in grado di immaginare. Un modello di servizio per il bene pubblico (e se poi si volesse precisare che gli articoli discussi furono in origine 139, e che 5 furono cancellati durante i dibattiti, la media si alzerebbe ancora). 

Ma ora c’è il punto cruciale. Tutto concesso, tutto riconosciuto ai costituenti in fatto di passione nazionale (diciamo pure patriottica) e di sobrietà – rimborsi miserabili, poche migliaia di lire a testa – che cos’è la Magna Charta che essi realizzarono? E’ (Ugo La Malfa) «il vero polo di orientamento» o qualcosa (Piero Calamandrei) che in parte «è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere»? Oppure ancora, come ha più volte sostenuto il costituzionalista (e già presidente della suprema corte) Sabino Cassese, è un testo poco efficiente, troppo intriso di parlamentarismo ottocentesco, e quindi poco utile ad affrontare i «tempi e i periodi della storia amministrativa... regolati su altri ordini, più concreti, più legati alla storia sociale che a quella costituzionale»? Di certo, si tratta di un documento nato da un compromesso costituzionale, dove il termine compromesso si installa nei cieli dell’alta politica. Giorgio La Pira sintetizzò così le posizioni in campo, da una parte una visione «atomista, individualista», dall’altra un’impostazione «statalista». L’intesa, secondo Terracini «un patto di amicizia e fraternità di tutto il popolo italiano», scattò nel punto esatto in cui i costituenti convennero che lo sviluppo del cittadino non può esprimersi solo nei diritti individuali, ma esige il riconoscimento dei diritti sociali e dei corpi intermedi, dal sindacato ai partiti. Del resto, sparito in pratica, il Partito d’Azione (che ebbe in Calamandrei uno dei costituenti più rigorosi), l’assemblea è composta per oltre il 70% da esponenti dei partiti di massa, comunisti, democristiani, socialisti. E questa percentuale non poteva che risultare prevalente. Ma nessuno può trovare da ridire seriamente sul respiro ampio della nostra Costituzione, e su quella sorta di orrore del vuoto che, dopo la ditttatura, portò i costituenti a non lasciare nel testo il minimo spazio vuoto, sai mai che a qualcuno saltasse in mente di organizzare un colpo di mano. Sulla sua architettura nessuno può trovare da ridire; ci furono tuttavia anche i contrasti. Non tanto sulla scuola pubblica, sulla fine della pena di morte, sulla centralità del sapere, sul valore sociale dell’impresa privata, sul ruolo del merito e sull’intangibilità del paesaggio, e neppure sui meccanismi di nomina del Consiglio Superiore della Magistratura, che vide Calamandrei contro la maggioranza.

Il passaggio cruciale fu l’articolo 7, o meglio, quella parte di esso che faceva dipendere i rapporti fra Stato e Chiesa dai Patti Lateranensi firmati l’11 febbraio del 1929 da Mussolini e dal segretario di stato vaticano cardinal Gasparri. Fu un giallo, un thriller, dove la parte di Hitchcok se la assunse Togliatti, imponendo al suo partito un sì (era la notte tra il 25 e il 26 marzo 1947) su cui nessuno avrebbe scommesso. Tranne che in Vaticano, e anche nei corridoi della Dc, se è vero che ben prima del voto Togliatti fece sapere a De Gasperi, tramite Andreotti, le proprie intenzioni, raccomandandosi di non divulgare la cosa per non turbare gli equilibri del suo partito. Nel quale il grande latinista Concetto Marchesi, uno dei pochissimi, non seguì gli ordini, parlando di «ultima Thule dei laici» e bollando il tradimento togliattiano. E il contrasto di Calamandrei andò insieme al giudizio di Nenni: «E’ cinismo applicato alla politica... ». Quell’approvazione resta impressa, nei testimoni, per il silenzio che la accompagnò. Nessun applauso. Sconcertato il Pci, disturbata la Dc dal discorso con cui Togliatti rivendicò l’autenticità e il peso determinante della sua svolta. Dovuta non a un’opzione convinta, ma alle ipotesi che, la Chiesa, grata, lo avrebbe lasciato governare per vent’anni, e che i cattolici nostalgici non gli avrebbero messo fra i piedi un ripensamento della forma repubblicana pro monarchia. Due previsioni erratissime, specie la prima, da parte del maestro rosso dei tatticismi. Fu così che l’aggettivo ‘laico’, che pure è nello spirito della Costituzione, non vi figurò mai per iscritto. E che la Carta frenò tra spinte e controspinte. La Corte costituzionale nacque solo nel ’55, il Csm nel ’58, le Regioni e l’accesso al referendum abrogativo nel ’70. Intanto, dal 2005, la riforma proposta dal centrodestra, bocciata dagli italiani, giace nel cassetto di una baita di Lorenzago di Cadore. E la Costituzione, incompiuta e ammaccata, è sempre in giro.