Mirella Freni (Fiocchi)
Mirella Freni (Fiocchi)

Modena, 11 aprile 2015 - FELIPE, baritono, è arrivato a Modena dal Brasile per studiare con Mirella Freni al Cubec, l’Accademia del bel canto, Fumitoshi dal Giappone, Martha, soprano, dal Maryland, Stati Uniti. E per le audizioni di settembre ci sono già 2700 richieste, perfino da Cuba, per appena 12 posti. Mirella Freni (che a fine febbraio ha festeggiato 80 splendide primavere) ha trovato la nuova giovinezza proprio nei giovani cantanti a cui insegna con un affetto speciale. «Sono come i miei figli», confida il soprano che ha lavorato con i più grandi maestri e registi, da Karajan, che la lanciò come Mimì, ad Abbado, da Strehler a Zeffirelli, e senza clamore ha lasciato la scena dieci anni fa. Debuttò sul palco del Comunale di Modena il 3 febbraio 1955: stasera nello stesso teatro – ora intitolato a Pavarotti, che secondo un simpatico mito è stato suo “fratello di latte” – Mirella Freni celebra 60 anni di carriera con un galà organizzato dal “Resto del Carlino” per i 130 anni del giornale. Alla ribalta ci saranno proprio i suoi allievi, fra cui soltanto un italiano, il tenore campano Giuseppe Talamo. Sembra il riflesso di quanto accade nel mondo, dove tante superstar della lirica sono ormai di altri Paesi, anche se cantano capolavori italiani. 

Signora Freni, non ci sono più le belle voci italiane? 
«In realtà penso che esistano ancora. Uno dei miei ragazzi, il tenore Matteo Lippi, proprio stasera andrà in scena con la Bohème al Bolshoi di Mosca». 
Eppure i Pavarotti e le Freni di oggi sembrano d’oltreconfine: Florez è peruviano, Cura argentino, Anna Netrebko è russa... 
«Credo che non sia un problema di voci. Semmai penso che oggi manchino i maestri. Io e Luciano abbiamo avuto maestri fantastici, Luigi Bertazzoni, Ettore Campogalliani... Ce ne sono stati altri, oggi purtroppo scomparsi». 
Dunque che cosa accade?
«Lo avverto già alle audizioni. Molti giovani di talento tengono la voce in gola e urlano. Spesso gran parte del mio lavoro sta proprio nel riuscire a farli liberare, e insegnare loro i colori, l’interpretazione».
Ma lei come arrivò alla lirica?
«Già da piccola ascoltavo l’opera in casa con la nonna. Lei era molto appassionata, aveva dei dischi di Gigli, mi portava a teatro, e mi raccontava di una sua cugina illustre, Virginia Bortolamasi, una grande voce lirica. Insomma, avevo cinque anni e già dicevo che avrei fatto la cantante d’opera. Mio padre pensava fossi matta...»
È stata definita la primadonna meno primadonna di tutte. Un pizzico di divismo, proprio mai? 
«E a cosa sarebbe servito? Se interpretavo un’opera ero un personaggio, e lo facevo con gioia. Ma alla fine tornavo la Mirella, mi è sempre piaciuto il contatto con le persone, con la famiglia. Mi avrebbero fatto ponti d’oro perché mi trasferissi all’estero, e invece sono sempre tornata a Modena, a casa mia, a cucinare e rifare i letti. E ci sto benissimo». 
E ha lasciato il palco quasi in sordina. 
«Avevo già avuto tutto. Una mattina mi sono guardata allo specchio e ho deciso di smettere anche se avrei potuto cantare ancora. Da allora ho scelto di aiutare i ragazzi».
Si rivede in loro? 
«Sinceramente non ci penso. A volte sono severa: lo faccio per dare loro una “scossa”. Devono ricordarsi che la professione richiede impegno, serietà e sacrificio. Quando poi sento che cantano così bene e sono adorabili, beh, è la mia gioia». 
Ma allora, quali sono i cantanti che le piacciono oggi? 
«Tutti...».
Sì, ma tutti chi? 
(Sorride sorniona) «Tutti i miei ragazzi».