Judo, da oltre mezzo secolo palestra di vita

Il Club è nato nel 1970. L’istruttore Stefano Righi: "Abbiamo una settantina di allievi: insegniamo loro anche il rispetto e la disciplina"

Judo, da oltre mezzo secolo palestra di vita
Judo, da oltre mezzo secolo palestra di vita

"Per me il judo è educazione, rispetto per sé stessi e per gli altri uniti all’attività fisica". Stefano Righi insegna questi valori da una vita a generazioni di carpigiani presso il Judo Club Carpi. Una storia quella dell’associazione sportiva carpigiana cominciata nel lontano ottobre del 1970, quando il maestro Alcide Malagoli decise di aprire nella città dei Pio l’attività che aveva portato avanti a Modena. "Fu allora che mi avvicinai come atleta – ricorda Righi, classe 1953 – avevo 16 anni e praticavo atletica leggera a La Patria, ma assieme all’amico Ivan Goldoni ci eravamo iscritti a Modena, spinti dalla voglia di imparare una disciplina nuova e allora ancora un po’ misteriosa. Poco dopo il maestro Malagoli aprì a Carpi e fummo i primi due a iscriverci. Eravamo al primo piano di un appartamento in viale Trento Trieste, dopo 2 anni con l’aiuto di alcuni imprenditori ci trasferimmo nell’allora palestra Kennedy di viale Peruzzi, l’attuale ’Nazareno’, dividendo gli spazi con la scherma. Siamo rimasti lì fino al 2000 quando grazie al Comune abbiamo trovato la sede attuale all’interno della Dorando Pietri, al fianco del bocciodromo di via Nuova Ponente. Uno spazio di 300 metri che in questi anni abbiamo ristrutturato. Nel 1990 i soci del Club decisero di uscire di scena e così io e il dottor Marco Vellani abbiamo preso in mano la gestione della palestra". Sono una settantina circa gli allievi del Judo Club Carpi, quaranta fra bambini e ragazzi e trenta adulti, seguiti dall’istruttore Righi, che è sia maestro che responsabile oltre che vice presidente, dai due allenatori Andrea Vellani e Gianluca Govi e da due aspiranti allenatori, Dario Fullin (che da quest’anno è anche il presidente) e Massimo Tabarrani. "In 53 anni di attività – ricorda Righi – ci siamo fermati sono per un paio di anni durante il Covid, non ce la siamo sentita di mettere rischio i nostri ragazzi e le loro famiglie. Per molto tempo, prima della pandemia, abbiamo tenuto anche corsi per i diversamente abili. Perché il judo? Fino a 20 anni fa da noi venivano mandati i ragazzi più timidi, che faticavano ad aprirsi con i compagni. Adesso invece molto genitori che vedono i loro figli iperattivi scelgono la nostra disciplina. Penso che, comunque la si guardi, ai bimbi si debbano dare delle regole. Educazione, rispetto per sé e per gli altri vanno uniti al divertimento e ai momenti di libertà. La nostra attività ha molti momenti agonistici, con le gare regionali e quelle nazionali a Roma, ma a me non interessa avere dei campioni, piuttosto vedere i ragazzi che seguono un certo percorso. Anche il bambino che perde una gara può diventare un buon atleta, sebbene non diventerà mai un campione perché alla fine sul tatami siamo tutti uguali".

Il percorso per chi si affaccia al judo segue la conquista delle varie cinture (bianca, gialla, arancio, verde, blu e marrone) fino a quella nera, che poi prosegue con i vari "dan". Nella pratica agonistica poi sono quattro le tecniche, in piedi, lotta a terra, soffocamenti e leve articolari. "Per i più piccoli ci sono tecniche di base che non prevedono ovviamente dei carichi – conclude Righi – dai 12 anni in su c’è una lotta controllata. Ogni anno a dicembre ospitiamo un ’criterium’ con oltre 300 bimbi. Chiunque vuole avvicinarsi al judo può venire dal 18 settembre e fare due settimane di prova gratuita".

Davide Setti