Fessor Leonard
Fessor Leonard

Due stagioni, 68 presenze e 1.603 punti. E protagonista di una delle Fortitudo più povere (economicamente) e contemporaneamente più belle di tutti i tempi. Un gruppo capace, nel 1977, di raggiungere il terzo posto in campionato, alle spalle di Varese e Virtus e conquistare la finale di Coppa Korac con la Jugoplastika Spalato. Potrebbero essere le premesse per una bella storia di basket e di sport, per una favola dal lieto fine.

In realtà l’avventura umana di Fessor Leonard si chiude con una tragedia. Morto solo, a 24 anni, all’interno di un residence a Lugano, nel Cantone italiano dello Svizzera. Troppo lontano dall’affetto della famiglia - la mamma e dieci fratelli -, lontano dalle amicizie che aveva saputo costruirsi all’ombra delle Due Torri, lontano da tutti.

Di Fessor Leonard sono rimaste poche tracce e qualche testimonianza di quel lungo inverno 1978. C’è il ricordo dei tifosi, certo, ma ci sono i ritagli dei giornali dell’epoca, di quel tragico febbraio 1978 che non gli rendono giustizia.

“Leonard ucciso dalla solitudine” è forse il titolo più morbido di quei giorni seguiti alla sua scomparsa.

“Misteriosa e orribile morte del cestista Leonard bruciato come un bonzo nella sua casa di Lugano”.

E ancora “Si scoprì diverso picchiando una vecchietta”.

“Si è ucciso in un rogo di donnine tutte nude” e poi “L’ex giocatore dell’Alco, Leonard trovato morto a Lugano: suicidio?”.

Della storia di Leonard, quasi fosse un “cold-case” televisivo, si è occupato Lorenzo Sani, per anni firma dei canestri per il Resto del Carlino, nel volume “Vale ancora tutto”, scritto per Minerva editore.

E proprio nel capitolo introduttivo del volume Lorenzo scava nei ritagli del tempo, nelle indagini della polizia elvetica, per restituire a Fessor quella dignità perduta, non per colpa sua.

L’immagine di un tossicodipendente, di un disadattato, di un gigante disturbato mentalmente è rimasta ancora attaccata da qualche parte. Nella memoria di qualche tifoso o di semplici appassionati dei canestri.

La storia, però, non cambiando gli ingredienti, ma semplicemente assemblandoli senza pregiudizi, appare un po’ diversa. Sempre tragica per la conclusione, è chiaro, ma restituendo a Leonard una sorta di purezza. O quantomeno concedendogli l’ipotesi del dubbio, su quello che lo abbia portato a una fine prematura.

Fessor arriva a Bologna nel 1975: la Fortitudo gioca in A2. E’ alto 213 centimetri e, per questo, incontra qualche problema. Bisogna però precisare la natura delle difficoltà. E’ un gigante, la società gli mette a disposizione una Fiat Ritmo e lui, abituato ai macchinoni americani, sbatte le ginocchia un po’ ovunque uscendone inevitabilmente ammaccato. Poi indossa sempre un cappellino, con la visiera calata sugli occhi.

“Ballare, disegnare, guidare la macchina, sentire musica”, sono gli hobby che dichiara al suo sbarco a Bologna. E proprio la musica, e il ricorso alle prime cuffie dell’epoca, gli regalano, secondo i criteri del tempo, le prime “accuse” di stranezza.

Al primo anno, con Aza Nikolic in panchina, ottiene subito la promozione in serie A1. Nel 1976, al debutto nel massimo campionato, fa ancora meglio: terzo posto in campionato e finale di Coppa Korac. In panchina c’è John McMillen, in campo oltre all’esperienza di Picchio Orlandi, Franz Arrigoni, Loris Benelli e Giovanni Biondi, c’è la freschezza di Fulvio Polesello, Marco Bonamico e Massimo Casanova. E c’è il talento di Carlos Raffaelli.

E’ una Fortitudo sbarazzina che corre sul parquet seguendo il motto “Andiamo e ci divertiamo”. Si divertono in campo, si divertono i tifosi, perché McMillen, fino all’anno prima vice di Dan Peterson sulla panchina della Virtus, è avanti anni luce. La Fortitudo gioca una pallacanestro moderna e frizzante. E se lo fa, è anche perché Fessor garantisce quasi 25 punti a gara - in un derby ne firma addirittura 37 - e una valanga di rimbalzi.

A Bologna, dove scopre che, a differenza degli States, nei ristoranti gli servono un piatto dopo l’altro, e non tutto insieme, va avanti con entusiasmo. Ha sempre problemi quando sale sulla Ritmo, non abbandona mai l’amata visiera - “ho cominciato quand’ero al college ed è un’abitudine per me simpatica” - e si veste in modo sgargiante.


La frase
  • La differenza tra gli Stati Uniti e l’Italia?
  • A tavola e a ristorante
  • Negli States ti portano tutto insieme
  • In Italia ti servono un piatto alla volta

E’ un compagno di squadra affidabile, Angelo Rovati, all’epoca dirigente della Fortitudo, lo guida bene. A fine stagione, però, le strade della Fortitudo e di Fessor Leonard si separano. C’è la prospettiva di finire a Washington, nella Nba, nelle fila dei Bullets. Niente da fare, la Nba snobba Fessor e lui si ricorda di avere amici in Svizzera.

“Sliding Doors”, verrebbe da dire. Se fosse rimasto a Bologna, con la sua Fortitudo, forse qualche mese dopo non si sarebbe consumata una tragedia che riempie le pagine dei giornali e non solo quelli sportivi.

Picchio Orlandi, in quell’estate del 1977, è uno di quelli che prende apertamente le parti di Fessor. Critica la società per la mancata conferma di Leonard, e del resto è il capitano del gruppo. E può permettersi di far conoscere il suo dissenso.

Non c’è niente da fare: la Fortitudo punta su Jeff Cummings - ottimo rendimento nella prima stagione, in calo nell’annata successiva - e a Fessor  non resta che portare i suoi lunghi capelli, le sue visiere e i giubbotti dai colori sgargianti in Svizzera.

E’ la seconda metà degli anni Settanta: il segnale dell’emittente televisiva elvetica viene intercettato anche nel nostro paese. E il sabato pomeriggio, con una sorta di zapping ante-litteram (i telecomandi sono pochi) tra la tv svizzera e quella di Capodistria - la Jugoslavia è ancora unita e cominciano a diventare pubbliche le performance di Drazen Dalipagic, Mirza Delibasic e Dragan Kicanovic - scopriamo il Viganello, il Breganzona e la Federale Lugano, Manuel Raga e compagnia.

E proprio a Lugano ci finiscono Fessor Leonard e i suoi 213 centimetri. Comincia bene la sua avventura in Svizzera ma, forse, Lugano non è calda e calorosa come Bologna. La distanza con gli States si avverte perché, ricordiamolo ai più giovani, non esistono i telefonini, non ci sono internet, google e wikipedia. E non c’è nemmeno la possibilità di tenersi a contatto diretto con l’altro capo del mondo. Forse Leonard si chiude in se stesso ed è protagonista, suo malgrado, di uno strano episodio alla vigilia di Natale. I compagni sono rientrati nelle loro case, lui noi. Si imbatte in una vecchietta ne nasce, stando alle cronache del tempo, un alterco. Lui, Fessor, l’uomo nero, finisce in carcere per qualche giorno. Senza la possibilità di spiegarsi, di farsi aiutare dei compagni. Un paio di giorni in una camera di sicurezza, due metri per due, con un letto che non raggiunge i 180 centimetri. Poco per chi ne misura 213. Si legge che avrebbe picchiato la signora di 74 anni, che l’avrebbe spintonata. Ci sono l’arresto e la detenzione per qualche giorno. Ma negli archivi della polizia non c’è traccia della denuncia.

Fessor esce provato, molto provato da questa esperienza. Probabilmente, stando alle testimonianze, comincia a sentire il peso di quel fenomeno diffuso anche negli States, a casa sua, e che va sotto il nome di razzismo.

Entra in una spirale dalla quale non riesce più a uscire e il 20 febbraio 1978 viene trovato morto, nel suo appartamento. Chi batte la strada del suicidio per depressione, chi chiama in causa la droga, ricordando la scomparsa, qualche mese prima, dell’americano dell’Eldorado Roma Bob Elmore. Chi lo dipinge come uno che si sentisse perseguitato dalle donne. O chi, di fatto, alimenta la leggenda del personaggio ambiguo, per la presenza, nella sua camera, di qualche paginone centrale di Playboy.

E invece? Invece Fessor Leonard a soli 24 anni finisce ucciso dal monossido di carbonio. In tasca ha già i biglietti dei voli che lo riporteranno a casa dalla mamma e dai suoi 10 fratelli ai quali, tutti i mesi, mandava una parte dei guadagni. Un mozzicone di sigaretta provoca un processo di combustione che infiamma quei poster che ha appena buttato via, in un cestino perché si appresta a tornare a casa. Perché è morto? Perché è talmente lungo che non trova mai un letto per la sua stazza.

E in Svizzera dorme su un materasso, appoggiato sul pavimento. Sarebbe stato sufficiente un letto per evitare la morte, perché il monossido di carbonio, più pesante dell’aria, si deposita sul fondo. Di droghe e sostanze stupefacenti, nella successiva autopsia, non c’è traccia. Si parla di un tubetto vuoto, di anti-depressivi.

Ma l’ipotesi del suicidio, per la presenza di finestre ermeticamente chiuse, non regge. In quel cantone svizzero, dove Fessor trascorre la sua ultima notte, il febbraio è particolarmente freddo e rigido. Difficile pensare che un americano possa, in quella gelida giornata, tenere le finestre spalancate.

Ma tanto basta per trasformare un tragico incidente domestico in una storia di droga, di depressione ai limiti della depravazione. Grazie anche al libro di Lorenzo Sani la tormentata vicenda umana di Fessor incontra una sorta di riabilitazione postuma.

Riposa in pace, caro Leonard, protagonista di una delle pagine più belle delle Bologna biancoblù della seconda metà degli anni Settanta.