Jim McMillian
Jim McMillian

Lo chiamano il “Duca Nero” e, per due stagioni, regna, con la sua semplicità e il suo straordinario talento a Bologna, nella Città dei Canestri. Gran Duca delle Due Torri: il pensiero non può che correre alle annate che vanno dal 1979 al 1981 e alla figura imponente di Jim McMillian.

Estate 1979: la Virtus Bologna ha appena vinto l’ottavo scudetto battendo a Milano al palazzone di San Siro il Billy di Dan Peterson. E’ la Virtus di Kresimir Cosic e Charlie Caglieris, Gianni Bertolotti e Renato Villalta. In panchina c’è Terry Driscoll.

Lo scudetto arriva anche se lo statunitense che affianca Kresimir Cosic - in quel periodo non sono ammessi più di due stranieri per squadra con l’aggiunta eventuale di un oriundo - non è il massimo. Owen Wells è un atleta straordinario: il tiro va e viene e il talento è quello che è. Non eccelso.

Si legge, in quegli anni, che la scelta di Owen sia avvenuta perché si tratta di un cestista che abbia il vantaggio di essere il vicino di casa di coach Driscoll.

L’avvocato Porelli è ambizioso, Terry Driscoll pure. E allora ecco che, dagli States, sbarca un autentico califfo dei canestri.

Fino a pochi mesi prima ha giocato nella Nba e, nel 1972, ha vinto da protagonista l’anello nelle fila dei Los Angeles Lakers. In quei Lakers ci sono personaggi e icone della Nba. Non solo Wilt Chamberlain, ma pure Jerry West (ovvero mister Logo Nba), Elgin Baylor e Pat Riley che, qualche anno più tardi, diventerà ancora più famoso come allenatore.

In quella squadra di campioni e di stelle, Jim, anzi, Jimmone, ha il suo spazio perché ricopre il ruolo di guardia titolare. Sa segnare ma, ovviamente, in un gruppo dove le bocche da fuoco sono altre - per chi lo avesse dimenticato, Wilt Chamberlain realizza 100 punti in un singolo incontro -, McMillian deve imparare l’arte della difesa.

Un marchio di fabbrica che, in Italia, diventa il suo biglietto da visita. La Virtus in quegli anni soffre, come tutti i club del resto, il talento offensivo di Bob Morse, il cecchino di Varese. Jim è più basso di qualche centimetro, meno atletico, ma in difesa è un maestro. Anzi, un professore. Contro la Virtus, per la prima volta, Morse fatica a trovare la via del canestro.


La frase
  • Cresce nella Columbia Lios University
  • Poi Los Angeles Lakers
  • Buffalo Braves
  • New York Knicks
  • Portland Trail Blazers
  • Virtus Bologna

Picchiatore seriale? Macché, Jimmone è un difensore gentiluomo. Non usa le mani, non ricorre ai gomiti e alle malizie. Ma gioca d’astuzia e d’anticipo. McMillian legge alle perfezione i blocchi avversari e, senza bisogno di esagerare, annulla Morse, perché i compagni del varesino non riescono mai a trovarlo libero.

Quello di Morse non è l’unico caso, perché, in Europa, il Duca Nero fa anche meglio. E lo fa, per di più, su una caviglia sola. Lo spettacolo, purtroppo, è solo per i serbi e pochi altri italiani al seguito della Virtus in una gara di Coppa dei Campioni. Si gioca a Belgrado, dall’altra parte del campo c’è il Partizan e c’è soprattutto Drazen Dalipagic, tiratore letale che, in maglia Venezia, segnerà 70 punti proprio alla V nera. Con McMillian, però, non si scappa. Anche se, in Serbia, Jimmone si presenta con una caviglia che è gonfia come un melone. Ma per uno che ha vinto l’anello con i Lakers di Chamberlain, cosa volete che sia?

E infatti McMillian annulla Dalipagic. Tutto qui? Macché, Jim resta in campo 38 minuti e, senza il tiro da tre (che sarà introdotto in Italia solo a metà degli anni Ottanta) mette 45 punti a referto.

Quando Jim avverte che la squadra ha bisogno, lui si prende le sue responsabilità senza paura. Anche perché, in quella Virtus - è l’autunno 1980 -  Cosic ha appena lasciato il posto al discusso brasiliano Marquinho, serve qualcuno che prenda l’iniziativa.

Succede così che, nel primo derby della sua annata bolognese - quello contrassegnato dal canestro in quattro secondi di Renato Villalta che porta le squadre al supplementare - Jim tocchi quota 40. Per un giocatore della Virtus è tuttora un primato (dopo 41 anni). Nel derby la prestazione offensiva è seconda solo ai 44 che Carlton Myers farà registrare nella seconda metà degli anni Novanta.

Qualche mese prima, nel debutto in una finale scudetto, contro Cantù, ne segna 37 al Pianella. E ovviamente arriva il titolo. Il primo e unico scudetto della memorabile esperienza bolognese.

Altri segni particolari? Jimmone non ha polsini normali, ma qualcosa - sempre rigorosamente bianco - che ricopre quasi interamente l’avanbraccio. Il motivo è semplice: già dalla palla a due, dopo il riscaldamento, McMillian comincia a sudare copiosamente. E al primo timeout si fa lanciare un asciugamano, sempre bianco, per darsi una sistemata.

Si mette al servizio dei compagni, ma in una gara, per entrare subito nel clima giusto, sono importanti i primi minuti. Bisogna che la Virtus si sblocchi e allora chi meglio di McMillian? Jimmone prende tre tiri dall’angolo, di solito quello sinistro. Ovvio che ai primi tre tiri, per dare fiducia ai compagni, seguano altrettanti canestri.

Negli States guadagna 200mila dollari l’anno, per convincerlo a cambiare continente, l’avvocato Porelli deve essere altrettanto competitivo. La realtà, comunque - estate 1979 -, è che Jim appare abbastanza appagato dall’esperienza maturata negli States. Ha vinto tutto quello che c’è da vincere, è stato inserito nei migliori quintetti Nba e vuole, se possibile, condurre una vita meno frenetica per godere della compagnia della moglie e dei due figli.

E poi, per dirla tutta, come rivela in un’intervista italiana nel 1979, il basket è entrato solo incidentalmente nella sua vita. Si iscrive all’università di Columbus dove esce con la laurea in sociologia. “Volevo diventare avvocato - dice ai tempi dell’esperienza da professionista - e solo dopo due stagioni, nella Ncaa, da All America ho cominciato a considerare l’idea di entrare nella Nba”.

E la scelta di Bologna? “Avrei potuto giocare altri due anni nella Nba. Ma al momento di scegliere mi sono chiesto se fra quindici anni, ripensando alla mia vita, avrei considerato più importanti quei due anni ancora nel mio mondo o questa esperienza nuova, stimolante, in un paese del vecchio continente”.

Sceglie l’Italia e Bologna. Nel Madison di Piazza Azzarita per due anni non si parla che di lui, della sua straordinaria eleganza, della capacità di rendere la pallacanestro così semplice ed efficace. Bello in campo, ma bello anche fuori. Al punto che viene ingaggiato per una presenza in una puntata della serie televisiva di grande successo Starsky e Hutch.

Nasce così il mito del Duca Nero. Che non si spezza nemmeno quando, nei playoff del 1981, il suo ginocchio fa crac a Brindisi. La Virtus lo perde sia per il restante cammino nei playoff - concluso con la sconfitta in finale, 2-1, con Cantù - sia per l’ultimo atto della Coppa dei Campioni. Il Maccabi e Strasburgo 1981 restano un incubo per i tifosi bianconeri con una certezza: se ci fosse stato il Duca Nero contro Miki Berkovich e compagni la musica sarebbe stata diversa.

Ci ha lasciato improvvisamente il 16 maggio 2016, ma la sua leggenda, all’ombra dei portici, non avrà mai fine.