Tom McMillen, un anno con la Virtus di Dan Peterson
Tom McMillen, un anno con la Virtus di Dan Peterson

La politica e i rapporti personali con Barack Obama, il tennis e il torneo di Wimbledon, la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica e l’importanza della famiglia. Sembrano gli ingredienti per un giallo o per una spy-story. E’ la storia di un giocatore di basket che, pur avendo trascorso una sola stagione nel nostro Paese, ha lasciato il segno. E tanti rimpianti.

Il giocatore in questione risponde al nome di Charles Thomas “Tom” McMillen che gioca nella Virtus di Dan Peterson nella stagione 1974/75.

Il riferimento alla famiglia è facile da capire: il vice di Dan Peterson è John McMillen, che di Tom era il cugino (John purtroppo ci ha lasciati il 9 gennaio 2010). Di più: Jay, che di Tom è il fratello maggiore, ha già giocato in Italia, nelle fila del Petrarca Padova negli anni Sessanta, e ha chiaramente indicato che il piccolo di famiglia è destinato a una brillante carriera cestistica.

E la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica? Uno dei momenti di maggior attrito tra le due superpotenze si consuma nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, passate alla storia per il massacro nel Villaggio Olimpico con l’ingresso di alcuni terroristi palestinesi e un bilancio pesante: morti 11 atleti israeliani, 5 palestinesi e un poliziotto tedesco. La strage è uno dei momenti più tragici della storia dei Giochi. Ma gli States ricordano quell’edizione soprattutto perché, per la prima volta, il dominio degli Stati Uniti, nel mondo dei canestri, viene rotto da un successo dell’Urss. I sovietici vincono 51-50 con l’ultima azione - tre secondi, dopo che gli americani festeggiano il successo in almeno due occasioni - che viene ripetuta ben tre volte, fino a quando non c’è il canestro di Belov del sorpasso. In quella rappresentativa a stelle e strisce c’è anche Tom McMillen che sarà uno dei giocatori (tutti) che non ritireranno mai le medaglie d’argento, tuttora conservate a Losanna (Svizzera) in un caveau di una banca. Tom non solo è presente in quella finale: è anche il giocatore chiamato a ostacolare, con le sue lunghe leve, la rimessa dei sovietici. 

Il resto è storia nota: il canestro di Belov e, a distanza di quasi mezzo secolo, le polemiche e la rabbia che mostrano ancora i protagonisti, di sponda americana, di quella finale incredibile (rubata?).

Ma il tennis e il torneo di Wimbledon che cosa centrano con il mondo dei canestri? Gli interessi del giovane Tom, appena uscito dall’università, vengono curati dall’avvocato e manager Donald Dell. Non è solo un legale, è pure un ex campione di tennis, grande amico tra l’altro di un virtussino (ancorché in un’altra disciplina) doc, Orlando Sirola. I due chiacchierano sulle prospettive agonistiche del giovane Tom. Sirola ne parla a Porelli che coinvolge anche il suo allenatore, Dan Peterson.

Non è facile rinunciare a John “Kociss” Fultz, perché Kociss è una macchina da canestri. Perché ha contribuito a regalare alla Virtus il primo successo - la Coppa Italia del 1974 - dopo un periodo di digiuno che si protrae dall’ormai lontano 1956, dall’ultimo scudetto conquistato dalla V nera in Sala Borsa.

Le trattative, come in ogni spy-story che si rispetti, si consumano lontano da Bologna. Grazie ai buoni uffici di Orlando Sirola, i due avvocati - Donald Dell in rappresentanza di Tom e Gigi Porelli per la V nera - si incontrano a Wimbledon, in occasione del più famoso torneo di tennis sull’erba. C’è l’accordo su tutto.

E in qualche modo, la Gran Bretagna resta sulla sfondo di questa storica intesa. Perché Tom accetta sì la corte della V nera, ma lo fa mettendo dei paletti. Che non sono, come accadrebbe oggi, dove girano milioni di dollari e di euro come se si trattasse di noccioline, legati all’ingaggio, ma relativi al percorso scolastico.

Già, perché nel frattempo, oltre alla pallacanestro, che resta una parentesi molto importante, Tom si concentra sul percorso accademico. Ha vinto una borsa di studio a Oxford, in uno dei più celebri atenei del Vecchio Continente. Venticinquemila dollari per seguire un master in Scienze Politiche ed Economiche.

L’accordo - ingaggio nell’ordine dei 100mila dollari annui - si sviluppa in questa direzione: Tom si impegna a disputare tutte le partite della Virtus. Non solo in campionato, ma pure in Coppa delle Coppe, diritto acquisito per la conquista della Coppa Italia. La Virtus, dal canto suo, accetta l’idea che McMillen indossi i panni del pendolare di lusso. Dopo ogni partita della Virtus, doccia veloce e, in taxi, fino a Linate, l’aeroporto di Milano. Da lì a Heathrow, che sarebbe poi lo scalo di Londra. E da Londra, di nuovo in auto, verso Oxford.

Il suo arrivo in città scalda davvero Bologna, che sta cominciando a mettere le basi per ottenere il titolo virtuale di BasketCity. Al primo allenamento di Tom, nel palasport di Piazza Azzarita, si presentano in duemila. Non ci sono biglietti, è chiaro, perché l’ingresso è libero. Ma il custode del palasport, Amato Andalò, fatica non poco a tenere a bada l’entusiasmo e la passione di tanti tifosi. Attento soprattutto a che nessuno acceda sul parquet senza indossare scarpe sportive, per non violare la sacralità del piccolo Madison delle Due Torri.

Avanti e indietro, tutto l’anno, Tom. Con la possibilità di allenarsi pochissimo con i compagni. Però la classe è tale che McMillen riesce comunque a far sfracelli nel campionato italiano. Talento cristallino, intelligenza e tanta umiltà: se non ci fosse quest’ultimo aspetto, forse, in una squadra di pallacanestro potrebbe subentrare contrasti, incomprensioni, gelosie e pure litigi.

E invece Tom è amato dai compagni. Così amato che tutt’oggi, a distanza d quasi cinquant’anni dall’esperienza bolognese, viene coinvolto in qualsiasi iniziativa. E, quando il tempo glielo permette, sale su un volo - il vizietto dell’aereo gli è rimasto dentro - per raggiungere Bologna e i suoi vecchi compagni di squadra, per goliardiche rimpatriate.

E’ mancino, è alto 2 metri e 13 centimetri. E Dan Peterson, soprattutto, lo sfrutta nel migliore dei modi. Bologna è famosa per le Due Torri? La trasposizione agonistica della Garisenda e della Asinelli diventano lui, Tom McMillen e Gigi Serafini, 210 centimetri. Tom non è bravo solo a far canestro, ma anche a smistare il pallone da altezze siderali. Tutti raddoppiano Tom e lui cosa fa? Con la sua mano mancina trova sempre libero, sotto canestro, Gigione Serafini che, non a caso, disputa una delle migliori stagioni di sempre in piazza Azzarita.

Non c’è il tiro da tre e, senza strafare, Tom viaggia a 30 punti di media con oltre dieci rimbalzi. “Pensate cosa avrebbe potuto fare - racconta sempre coach Dan Peterson con una punta di rimpianto - se avesse potuto allenarsi con noi con maggiore continuità, affinando ulteriormente il feeling e la complicità con i compagni”.

Tom “balla” in Italia una sola stagione, “bollato” da Milano e da Cesare Rubini, nume tutelare dell’Olimpia, come un corpo estraneo per l’impossibilità di restare nel nostro Paese con continuità. Vero o falso? Quel che è certo è che proprio Rubini pare aver dimenticato quello che fa proprio Milano, a metà degli anni Sessanta, con un certo Bill Bradley, protagonista di una Coppa dei Campioni vinta nel 1966 dal club meneghino, in una finale disputata a Bologna, contro lo Slavia Praga (77-72)

E che tra Tom e Bill ci sia una certa assonanza lo conferma anche la carriera post-pallacanestro. Entrambi deputati, entrambi abituali frequentatori del Campidoglio. Democratico, Tom McMillen e così legato al suo partito da essere in grande confidenza con un altro democratico appassionato di pallacanestro. Di chi stiamo parlando? Ma ovvio, di Barack Obama. Un “bolognese” d’adozione quale McMillen molto vicino a quello che viene chiamato Potus, ovvero president of the United States.

Basket, studio, guerra fredda politica e tante amicizie. Ce n’è abbastanza, anche se resta nel nostro Paese per una sola stagione, per considerare Tom McMillen uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi mai transitato dall’Italia e da Bologna. “E se non ci fosse stato qualche infortunio di troppo, forse avremmo vinto lo scudetto con un anno d’anticipo”.

L’eredità che lascia Tom, in quel 1975, quando decide di rientrare negli States, è pesante. Perché la Virtus perde un giocatore immenso capace di segnare più di trenta punti a partita.

McMillen però lascia qualcosa di ancora più prezioso: grazie al suo esempio e alla sua vicinanza, quella Virtus prende finalmente coscienza della propria forza. Basta questo e l’arrivo di Charlie Caglieris, dall’Alco, per vincere lo scudetto. Anche perché il posto di Tom McMillen viene rilevato da un suo connazionale del quale abbiamo già parlato nella precedente puntata del 3 giugno: Terry Driscoll.


La frase
  • Le Olimpiadi del 1972: inseguimmo l’Unione Sovietica
  • per tutta la partita
  • Poi due tiri liberi ci diedero il vantaggio
  • L’ultima azione, quella dei tre secondi,
  • e chiusi con 45 punti
  • Fino a quando l’Urss non segnò