Bologna, 29 marzo 2020 - Oltre alla pandemia dilaga l’anglomania: lockdown, smartworking, checkpoint, cluster, triage, drive-thru, runner, test, clinic trial, whatever it works…..il virus mondiale diffonde con sè anche la lingua della globalizzazione.Oggi, senza conoscere questi anglicismi non si può fronteggiare l’emergenza. Oppure occorre chiamare Amazon per farsi recapitare a domicilio un dizionario di inglese. Ah, perfida Albione… niente hanno da dire i Soloni della Crusca di fronte a questa invasione nel nostro lessico, proprio nell’anno di Dante, padre della lingua italiana? Ideona: dobbiamo tradurre tutto in inglese, solo così ci salveremo.Come si dirà tampone o mascherina?Oh yeah...alla faccia della Brexit!
Stay home ...anzi stasìv a cà, come si dice in dialetto!

Angelo Ravaglia

 

Risponde il condirettore de 'il Resto del Carlino', Beppe Boni

Complimenti per il finale della sua lettera. Fra le altre cose, ci ricorda che il dialetto è storia è tradizione orale, è saggezza spesso rinchiusa in battute fulminanti che solo certi anziani sanno coniare. Un amico romagnolo che non c'è più, grande cacciatore, dava nomi ai suoi setter irlandesi che sulle prime lasciavano stupefatti gli amici o coloro che non conoscono il dialetto. Negher (nero) e Dievel (Diavolo) erano favolosi ed erano fra i suoi preferiti. Uso questo ricordo per testimoniare che il dialetto non deve andare perduto perchè conserva la storia minimalista delle nostre famiglie e delle nostre terre. Non si potrà mai utilizzare nel cda di un'azienda o al Parlamento europeo ma dobbiamo custodirlo gelosamente. Veniamo ai termini inglesi sempre più utilizzati ovunque. La lingua inglese ormai è universale e andrebbe studiata in modo approfondito fin dalle scuole elementari e incentivata alle scuole superiori. Resto tuttavia dell'idea che se proprio non siamo costretti conviene utilizzare, almeno a casa nostra, la lingua italiana. Sto lavorando in smart working. Cosa? Scusate, sto scrivendo da casa.
beppe.boni@ilcarlino.net

 

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