Bologna, 22 ottobre 2021 - La mia generazione ha conosciuto una categoria di medici di base che oltre alle visite in ambulatorio si recavano anche a domicilio a visitare i loro pazienti, per i quali non mancava mai una parola di conforto. Non esisteva la tecnologia moderna e tutte le prescrizioni erano redatte a mano. Gli assistiti erano numerosi ma i Pronto soccorso non erano intasati come adesso. Ora si ha la sensazione di dialogare con un computer adibito alla prescrizione di ricette o all’invio a visite specialistiche e che pochi  si occupino dell’aspetto psicologico dei malati. I minuti a disposizione sono contati e il segnale di fine visita è dato da una cortese apertura della porta.

Silvana Modelli

Risponde il condirettore del Carlino, Beppe Boni

La descrizione del lettore ricorda la figura cinematografica del dottor Guido Tersilli, impersonata magistralmente da Alberto Sordi. Il  dottor Tersilli, acquisita la docenza grazie a una serie di intrallazzi, diventa primario nella clinica del suocero convenzionata con le mutue. I pazienti non vip vengono liquidati in pochi minuti, dentro uno fuori l'altro, umanità zero, unico obiettivo il guadagno e i numeri delle visite. Questo è l'esempio peggiore, la macchietta su cui a volte tutti noi scherziamo. Non tutti i medici di famiglia sono così. Certo, ci sarà qualcuno poco corretto, poco attento all'accoglienza del paziente, scarsamente dotato di umanità. Ma si tratta di una minoranza. I medici di famiglia possono essere medici-amici a cui il paziente si affida anche psicologicamente o freddi esecutori. Dipende dai singoli casi. Oggi questi professionisti della salute sono diventati anche tecnocrati, ma i migliori non vengono meno al loro compito. Dei pazienti condividono gioie e dolori, li vedono spesso diventare adulti, assistono alla crescita dei figli.  Attraverso l'ascolto, la compassione, la riflessione, il dialogo, un gesto, uno sguardo si realizza la comunicazione col malato. Nasce così un rapporto efficace e di fiducia con il paziente che però deve cercare di non scaricare sul suo medico i problemi esistenziali e terapeutici, ma  insieme a lui deve gestirli.

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