Bologna, 30 maggio 2020 - Ho insegnato alla scuola elementare per 26 anni. Mi rivolgo ai maestri e alle maestre che in questi 3 mesi non hanno ritenuto opportuno continuare l’insegnamento “da remoto”. Tutto il loro impegno didattico è consistito solo nel fornire fotocopie con il lavoro da svolgere a casa. Il loro dovrebbe essere un lavoro continuo avendo come fine la formazione e la crescita degli alunni, che devono essere guidati nell’organizzazione del lavoro. I bambini della scuola primaria sono delle “grandi spugne” e, una volta conquistata la loro fiducia, ti seguono, si interessano, si impegnano e sono molto felici se gratificati. Quindi, a mio avviso, il primo scopo della scuola è mantenere un rapporto reale o, quantomeno, virtuale, tra insegnanti e alunni. Per questo motivo sono molto delusa dalla scelta di “non scuola” per un periodo così lungo attuata da alcuni insegnanti. La presenza fisica, o virtuale quando questa non è possibile, è fondamentale. In assenza di questo contatto, gli alunni regrediscono velocemente. Perché a tanti bambini, in questo frangente, è stato negato tutto ciò?
Anna Giulia Giampaoli

 

Risponde il condirettore de 'il Resto del Carlino', Beppe Boni

La risposta è che nel curriculum di ogni insegnante servirebbe il Dna morale che lei possiede e che anima le sue appassionate considerazioni. Purtroppo il mondo della scuola è spesso animato più da incertezze che da linee guida certe e univoche. In questo modo se ci sono insegnanti responsabili (la maggior parte) e che lavorano con passione non si verificano le anomalie che lei stessa rileva. L'esempio di chiarezza di sicuro non viene da un ministro che in piena emergenza sanitaria ha detto tutto e il contrario di tutto. La scuola è come una azienda. Se ben diretta dai vertici in base a regole chiare funziona, altrimenti rischia di essere un ombrello che copre dalla pioggia ma è pieno di buchi.

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